Investimenti Esg: la guerra alimenta la fame di normative

Rita Annunziata
30.5.2022
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La guerra russo-ucraina richiama l’attenzione degli asset manager sulla necessità di standard normativi più chiari sugli investimenti Esg. E di una maggiore trasparenza

Fino a poco tempo fa gli asset manager promettevano ai clienti che avrebbero potuto ottenere un ritorno positivo non solo sulle performance ma anche sull’ambiente. Ma la guerra ha contribuito a ribaltare questo scenario

Le mutevoli richieste sul fronte degli investimenti sostenibili hanno recentemente spinto gli asset manager a essere anche più espliciti sul modo in cui considerano le risoluzioni degli azionisti

I grandi gestori di fondi, all’indomani dello scoppio della guerra russo-ucraina, esigono standard normativi più chiari. Ricordando come investire nel raggiungimento dell’obiettivo degli Accordi di Parigi di limitare il riscaldamento globale bel al di sotto dei 2°C, proseguendo gli sforzi per mantenerlo entro gli 1,5°C, non garantisca (e probabilmente non ha mai garantito) necessariamente una sovraperformance immediata. Una fame di regole e di trasparenza, quella degli asset manager, che caratterizza soprattutto il mercato americano. Mentre in Europa, secondo una recente analisi del Financial Times, sono soprattutto i clienti a esprimere scontento.


Fino a poco tempo fa, racconta il quotidiano economico-finanziario britannico, il rapido aumento del prezzo degli asset che hanno ottenuto buoni score sul fronte Esg (Environmental, social, governance) come le società di energie rinnovabili o quelle attive nello sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio, ha reso facile per i gestori patrimoniali promettere ai clienti che avrebbero potuto ottenere un ritorno positivo non solo sul fronte delle performance ma anche sull’ambiente. Ma il crollo dei titoli tecnologici e i grandi balzi nelle valutazioni dei titoli fossili, innescati dal conflitto nell’Est Europa, hanno contributo a ribaltare questo scenario.

Secondo gli asset manager, infatti, il contesto attuale impone al settore una maggiore chiarezza sulle performance dei fondi green. E anche su come le diverse strategie della finanza sostenibile (dall’impact investing alle esclusioni, dal best-in-class agli investimenti tematici) possono riservare risultati sostanzialmente diversi in un orizzonte temporale di uno, tre o cinque anni. “Dobbiamo essere molto onesti con i nostri clienti in merito all’impatto sui loro rendimenti a breve e medio termine”, ha dichiarato al Financial Times Eugenia Unanyants-Jackson, head of Esg di Pgim. “È del tutto plausibile che su un orizzonte temporale di 10 o 15 anni i fondi Esg performino altrettanto bene o meglio dei fondi tradizionali, ma è necessario appunto un orizzonte temporale sufficientemente lungo e una massa critica di investitori che faccia lo stesso”.


In questo contesto, le mutevoli richieste sul fronte degli investimenti sostenibili hanno spinto gli asset manager a essere anche più espliciti sul modo in cui considerano le risoluzioni degli azionisti. BalckRock, per esempio, a inizio maggio ha annunciato che avrebbe votato contro la maggior parte delle risoluzioni sul clima. Attirando tra l’altro le critiche di diversi attivisti per aver dichiarato che non avrebbe sostenuto le risoluzioni che mirano a bloccare i finanziamenti ai combustibili fossili o le attività ad alte emissioni di carbonio. “Non li consideriamo coerenti con gli interessi finanziari a lungo termine dei nostri clienti”, aveva scritto il team di gestione della società d’investimento. Ma quanto dichiarato si applicherebbe solo ai suoi Etf e fondi comuni generali. I fondi impact, che sono autorizzati dai loro investitori a dare priorità agli obiettivi climatici, possono infatti votare separatamente.


Secondo alcuni asset manager, quella che viene definita come “confusione Esg” rappresenta un problema soprattutto negli Stati Uniti, dove la legge richiede specificamente che i consulenti agiscano nel migliore interesse finanziario dei loro clienti. In Europa, come anticipato in apertura, è molto più probabile invece che il problema sorga da un’altra direzione. Con i clienti che esprimono scontento per il fatto che i loro gestori non stiano facendo abbastanza per garantire il raggiungimento degli obiettivi di Parigi. Preoccupazioni che sono state amplificate dopo che Stuart Kirk, global head of responsible investing di Hsbc, è stato sospeso dalla banca dopo aver dichiarato nel corso di una conferenza che i rischi finanziari del cambiamento climatico sono sopravvalutati. 


Ricordiamo che, a proposito di regolamentazione, la Commissione europea ha recentemente adottato un regolamento delegato sugli standard tecnici che gli operatori dovranno considerare ai sensi della Sustainable finance disclosure regulation (Sfdr), la normativa europea sull’informativa di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari. Al momento, infatti, è entrata in vigore soltanto la normativa di “primo livello” e non quella di “secondo” che definisce il dettaglio di trasparenza, il template che dovrà assumere la documentazione precontrattuale o periodica obbligatoria e gli indicatori per il reporting dei principali impatti negativi (Pai). Norme tecniche di regolamentazione (Rts) che dovranno essere attuate a partire dal 1° gennaio 2023.  

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.
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