Il collezionista: Andrea Ottolia e l'incontro con l'opera d'arte

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Intervista con Andrea Ottolia, professore di diritto commerciale all'Università di Genova, grande appassionato di arte contemporanea. Che non compra d'impulso ma va a caccia di esperienze. Una ricerca che può durare a lungo e che finisce “quando avviene un cortocircuito”.
“Mi sono avvicinato sin da piccolo, attorno ai 12-13 anni, con l'incontro quasi casuale con opere di alcuni grandi del primo '900 e poi, molto presto, sono via via risalito verso la contemporaneità”. A dirlo è Andrea Ottolia, professore di diritto commerciale all'Università di Genova e visiting professor alla Ieseg Grande Ecole du Commerce di Parigi, specializzato in diritto della proprietà intellettuale, dei dati e dell'intelligenza artificiale, da sempre un grande appassionato di arte contemporanea. Dal 2008 è socio dell'Associazione Amici Arte Contemporanea Italiana (Acacia), presieduta da Gemma Testa.

Cosa significa per lei collezionare?

“L'incontro con l'opera di un nuovo artista non è mai per me l'occasione per un acquisto impulsivo ma può essere l'inizio di un percorso, di una ricerca direi quasi sistematica sul suo lavoro. Solo a un certo punto può nascere la decisione di acquistare”. Dichiara parlando con alle spalle una delle opere in collezione realizzata con un'esplosione di polvere da sparo dall'artista cinese Cai Guo-Quiang.

 

Il collezionista: Andrea Ottolia e l'incontro con l'opera d'arte Andrea Ottolia. Alle sue spalle Cai Guo Qiang, Pine Stones, 2006

 

“A volte può passare molto tempo prima che si materializzi ciò che si cerca. Per esempio da alcuni anni sono interessato al lavoro di William Kentridge ma non ho ancora incontrato l'opera giusta. Nel caso di Cai Guo-Qiang, invece, questo lavoro è comparso molto presto e ho deciso subito: una settimana dopo averlo visto su foto sono andato nel suo studio a New York. Bisogna saper aspettare ma quando si trova quello che si cerca non si deve indugiare”.

Non sente alcuna necessità o fretta di accumulare molte opere?

“Da quando con Duchamp l'arte è divenuta un'indicazione di ciò che è arte, anche l'osservazione del collezionista, che seleziona e a sua volta indica, è un atto artistico. Per me collezionare è selezionare e distinguere: è più un togliere che un aggiungere. L'acquisto è un fatto quasi marginale, e comunque non essenziale. Diciamo che se la ricerca collezionistica è una performance, l'acquisto ne può essere il residuo, la testimonianza”.

Ma quando si acquista l'opera d'arte?

“Quando avviene un cortocircuito: il lavoro individuale dell'artista deve esprimere un contributo autentico allo sviluppo dell'arte e tutto questo a sua volta deve assumere un senso profondo per il collezionista. Certo l'arte è sempre più una foresta inestricabile e ciascuno deve avere la sua bussola, anche quando si affida al consiglio del gallerista. Occorre in particolare maturare un proprio modo di distinguere il prezzo dal valore”.

Quali sono secondo lei, quindi gli elementi per determinare il valore dell'arte?

“Per me il lavoro di un artista ha un valore intrinseco che nel lungo periodo tende a convergere con il suo prezzo. Questo valore dipende da alcune variabili. La prima è la somma dei “dividendi culturali” che l'opera, per così dire, stacca nel tempo: questa dipende da quanto il lavoro dell'artista risulterà essenziale nell'evoluzione del linguaggio dell'arte. La speculazione riesce talvolta a imporre, magari per decenni, opere costose cui non corrisponde un effettivo valore culturale. Ciò è più evidente nei periodi di grande benessere: è accaduto negli anni '80 in occidente e negli ultimi due decenni in Cina.

Poi c'è la “compiutezza estetica” che per me nulla ha a che fare con la bellezza: il lavoro artistico non è una monografia scientifica ma un organismo che vive e che anche quando non è facile da decifrare deve esprimere una sua convincente autonomia. Infine, tutto è filtrato dalla prospettiva degli osservatori, delle culture, delle sensibilità e dei tipi sociali che partecipano al mercato dell'arte in un determinato periodo”.
A parte la pittura, la fotografia artistica è un medium sempre che sta trovando la sua giusta collocazione nel sistema dell'arte. Come interpreta la fotografia a livello collezionistico?

“Secondo me la fotografia è un medium fondamentale: si pensi all'importanza dell'opera di artisti come Cindy Sherman o Wolfgang Tillmans. Con la fotografia ovviamente i problemi sono altri che non la rilevanza nell'arte contemporanea. Il primo è la tiratura: le edizioni interessanti dal punto di vista collezionistico sono quelle molto basse: certo ci sono anche dei grandi come Hiroshi Sugimoto che arrivano anche a una tiratura di 25 per opere valide. C'è poi la conservazione che peraltro è un tema delicato non soltanto per la fotografia”.

Cosa ne pensa dei trend di mercato come quello che vede protagonisti nelle vendite del 2021, sulla scia del 2020, lavori di artiste donne e di artisti di colore?

“Seguo con interesse il mercato. Le artiste portano con sé un modo di vivere l'arte molto particolare. Mi pare che la donna abbia una caratteristica unica: l'opera femminile ci racconta spesso una storia e si esprime nella dimensione del tempo. Certo è importante che la narrazione non si limiti al dato autobiografico ma diventi linguaggio e opera e quindi si colleghi a tutti noi che la osserviamo.

Per quanto riguarda gli artisti di colore, penso subito a Basquiat in questo periodo al centro di importanti aggiudicazioni in asta. E' stata una delle espressioni artistiche più autentiche e significative degli anni '80. Pensando poi al movimento Black Lives Matter che ha caratterizzato il mercato recentissimo, è bene che l'arte veicoli messaggi fondamentali per l'umanità. E' accaduto anche con Ai Weiwei per altri motivi. Questi due esempi mi dicono però che il grande tema non fa di per sé la grande arte. E' sempre necessario che il tema diventi innovazione artistica: bisognerà vedere di volta in volta le singole opere”.

La prima parte dell'anno 2021 è stato caratterizzato dall'irruzione preponderante dell'arte digitale nel mercato d'asta. A maggio Christie's ha battuto nell'asta di New York l'opera  Cryptopunk  di  Larva Labs, considerata la prima opera del movimento della cripto art, per 16.962.500 dollari (quotazione iniziale 7.000.000 – 9.000.000 dollari). Opera accompagnata da non fungible token (nft) a garanzia dell'unicità e autenticità. Prima, a marzo, sempre Christie's in un'asta online ha battuto per 69 milioni di dollari l'opera digitale di BeepleEverydays the first 5000 days” anch'essa supportata da nft e pagata in criptovaluta.

Cosa pensa di questa nuova forma di espressione?

“L'artista è libero di indicare come opera d'arte ciò che ritiene essere tale. Però, un po' come ho detto a proposito dei temi sociali, l'arte dell'innovazione non implica, di per sé, alcuna innovazione dell'arte”.
Crede che effettivamente i non fungible token e la blockchain, ossia il registro digitale unico e condiviso che tiene memoria dei passaggi di proprietà dell'opera, siano in grado di conferire autenticità e provenienza alle opere digitali prima caratterizzate dalla loro riproducibilità senza limiti?

“Sì, ritengo che sotto questo profilo le tecnologie possano dare risposte adeguate ai grandi temi del settore come l'autenticità, l'unicità e la provenienza. Non è detto però che i collezionisti siano così ansiosi di recepire in blocco un diluvio di tecnologia e tecnicismi, che magari studiano o sopportano in altri ambiti della loro vita. Una mostra milanese di un grande collezionista e socio di Acacia, Paolo Consolandi, si intitolava “cosa fa la mia anima mentre sto lavorando?”: mi pare che questo titolo renda bene quello che penso a questo proposito: ricordiamoci il collezionista cerca prima di tutto poesia e libertà”.

 

Il collezionista: Andrea Ottolia e l'incontro con l'opera d'arte Andrea Ottolia. Alle sue spalle, Thomas Ruff, Anderes Portrait, fotografia, 1994






Quale potrà essere secondo lei l'applicazione delle tecnologie rispetto all'arte antica?

“A mio avviso la ricaduta tecnologica più importante sull'arte antica ci sarà con la realtà aumentata. Questo strumento consentirà a un vasto pubblico di vivere un'esperienza interattiva con le opere e di apprezzarle secondo i nuovi paradigmi di fruizione del sapere che sono via via mutati passando dalla parola scritta, all'immagine, all'esperienza diretta: durante una visita al vallo di Adriano in Inghilterra ci si potrà affacciare sulla villa di Tivoli mentre Marguerite Yourcenar ci racconterà le sue memorie. L'importante è che le risorse culturali pubbliche non vengano privatizzate a beneficio di pochi over the top tecnologici. L'arte e il sapere appartengono a tutti, e in fondo, paradossalmente, i collezionisti lo sanno bene”.

Con l'uscita del Regno Unito dall'UE la Francia può ambire ad essere il primo mercato europeo per l'arte?

“La Brexit apre opportunità che Parigi saprà cogliere. Ciò dipende anche dall'adozione di regole adeguate: per esempio a livello fiscale l'aliquota Iva francese sulle importazioni è del 5,50%, tra le più basse in Europa, mentre in Italia è del 10%. I più romantici pensano a una nuova stagione di centralità di Parigi nello scacchiere del mercato dell'arte. Una sorta di ritorno alle origini".




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Specializzato in diritto tributario presso la Business School de Il Sole 24 ore e poi in diritto e fiscalità dell’arte, dal 2004 è iscritto all’Albo degli Avvocati di Milano ed è abilitato alla difesa in Corte di Cassazione. La sua attività si incentra prevalentemente sulla consulenza giuridica e fiscale applicata all’impiego del capitale, agli investimenti e al business. E’ partner di Cavalluzzo Rizzi Caldart, studio boutique del centro di Milano. Dal 2019 collabora con We Wealth su temi legati ai beni da collezione e investimento.

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