Achille Perilli, la tenacia delle geometrie

Matteo Lampertico
Matteo Lampertico
22.10.2021
Tempo di lettura: 5'
Si è spento lo scorso 16 ottobre uno dei protagonisti della scena artistica italiana del dopoguerra. Nelle angolature di geometrie “parlanti”, il suo è stato un percorso variegato e coerente
Achille Perilli è stato uno dei protagonisti della scena artistica italiana del dopoguerra. Nato a Roma nel 1927, ha seguito gli sviluppi dell'arte italiana fino alla fine degli anni 50, abbracciando i movimenti che via via si sono succeduti, dall'Astrattismo, all'Informale. All'inizio degli anni sessanta, in coincidenza con un profondo rinnovamento del clima artistico, non solo italiano, che vede nella città di Roma uno dei centri artistici più dinamici, imbocca con decisione la propria strada che percorre senza tentennamenti fino a 16 ottobre scorso, quando si è spento all'età di 94 anni.  La sua poetica si fonda sui principi dell'automatismo surrealista, teorizzato nella Parigi degli anni venti ma ancora attuale nell'immediato dopoguerra, che Perilli conosce durante numerosi soggiorni nella capitale francese.
Sono anni fervidi di incontri non solo con artisti, ma anche con intellettuali del calibro di Giorgio Manganelli, di Pierre Restany e degli scrittori del gruppo 63, di cui fa parte, tra gli altri, anche Umberto Eco.

Secondo i principi del Surrealismo, la ragione deve ritirarsi e lasciar libera espressione all'inconscio. La tela è uno spazio sul quale l'artista lascia fluire liberamente il segno e il colore. Si tratta in sostanza di una scrittura immediata, priva di filtri e di controlli razionali, che prescinde da ogni alfabeto precostituito ma che curiosamente si inscrive in riquadri geometrici di diversi colori un po' come avviene nel linguaggio dei fumetti.

Achille Perilli Il teatro dell'arsura, 2011
Achille Perilli, Il teatro dell'arsura, 2011

Per questo motivo è stata più volte richiamata l'assonanza fra le tele di Perilli e le vignette illustrate, assonanza che si rivela efficace ma superficiale, per il semplice fatto che è del tutto assente – nelle opere di Perilli – la volontà di illustrare qualcosa. Credo anche che uno dei motivi di maggior fascino della sua opera risieda proprio in questo paradosso: da un lato abbiamo un'organizzazione precisa della tela, definita mediante riquadri colorati che richiamano la pagina stampata, dall'altro viene negata ogni precisa finalità linguistica e comunicativa.



Anche i titoli contribuiscono non poco a questa ambiguità: Fanno infatti riferimento a fatti e azioni concrete, di cui è difficile scorgere traccia all'interno del quadro. La ricerca di Achille Perilli non è stata solitaria, ma ha trovato un compagno di strada fedele in Gastone Novelli, che ha condiviso molte delle stesse tematiche. Anche se non si è trattato né di un sodalizio stretto come quello tra Picasso e Braque, né tantomeno di un magistero come quello esercitato da De Chirico su Carrà, è indubitabile che il loro cammino si è svolto in parallelo almeno fino al 1968, anno in cui Novelli viene a mancare. È sintomatico che proprio a partire da questo anno anche il linguaggio di Perilli segni una svolta precisa.

Achille Perilli
Senza titolo, 1976
È l'anno della celebre Biennale di Venezia del 1968, quando entrambi gli artisti, per protestare contro l'irruzione della polizia ai Giardini, rivolgono le proprie tele contro la parete in un gesto di aperta polemica. Proprio alla fine degli anni sessanta si inizia ad avvertire un clima diverso, dominato dal rigore minimalista. Perilli abbandona la corsività e la velocità del gesto a favore di un ritorno alla geometria. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che si tratti di un pentimento tardivo, di una rivincita della ragione. Anche i quadri successivi al 1970, pur essendo costruiti con elementi geometrici, rimangono creazioni libere e fantastiche, sospese come sono nel vuoto.


Achille Perilli e Franco Rossi, 1982

La prospettiva appare applicata in modo volutamente eterodosso, contraddetta dal colore squillante e vivace che ribalta in primo piano i volumi deformando e piegando le fragili scatole prospettiche. Altro che ritorno alla geometria, qui domina il gioco e la fantasia, come d'altra parte nelle creazioni degli anni precedenti. Si potrebbe persino pensare che Perilli voglia dileggiare lo spettatore. Prima delle scritte incomprensibili, coronate da titoli che sembrano degli epigrammi, poi delle prospettive rinascimentali in equilibrio precario, insomma: gioco e ironia, ma sempre in un tono pacato ed elegante, senza estremismi e polemiche: Non sono sicuro che tutta la sua opera – a dire il vero un po' ripetitiva – possa passare alla storia, ma certo i suoi quadri non smetteranno di rallegrarci, facendo al contempo riflettere. Dietro un'apparente facilità, nascondono un pensiero tutt'altro che banale, sempre che si sia disposti ad ascoltarlo.
Laureato in storia dell’arte, Matteo Lampertico ha lavorato per oltre dieci anni nella case d’asta, prima a Finarte e poi a Christie’s, come esperto di arte moderna e contemporanea. Nel 2007 ha aperto una galleria a Milano e nel 2015 uno spazio a Londra in Old Bond Street., con le quali ha partecipato ad alcune delle più importanti fiere del settore, sia in Italia che all’estero. Ha collaborato a lungo con il Giornale dell’arte , per il quale ha tenuto una rubrica specializzata sul mercato.

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