La scena della fotografia emergente: why pictures now*

Contributors We Wealth
Contributors We Wealth, Rischa Paterlini
22.9.2022
Tempo di lettura: 9'
Inchiesta sulla fotografia e sul collezionismo emergente: cosa scegliere e perché

Charles Baudelaire definì, sul finire del XIX secolo, la fotografia come “palestra dei pittori mancati, di chi non ha mai avuto talento e non ha posseduto costanza negli studi”. Inutile dire che si sbagliò visto che questo medium, avrebbe conquistato, da lì a poco, una posizione chiave in campo artistico.

La coppia tedesca formata da Bernd e Hilla Becher infatti, verso la metà degli anni cinquanta del XX secolo, utilizzando fotocamere di grande formato e pellicole in bianco e nero a grana fine, realizzò una serie di immagini dell’architettura industriale di epoca prenazista come serbatoi, gasometri e torri per l’estrazione mineraria. Gli stessi scatti vennero organizzati in gruppi e assemblati in griglie. Schemi rigorosi necessari per mostrare al fruitore una relazione fra gli oggetti e lo spazio e che nel 1975 vennero presentati per la prima volta negli Stati Uniti in una mostra pubblica itinerante “New Topographics: Photographs of Man-Altered Landscape” dando così il via al riconoscimento della fotografia come forma artistica e facendo si che sempre più istituzioni, gallerie e riviste specializzate come Artforum e Flash Art si interessassero al medium fotografico.


Emanuele Cantò, Io mi fermo qui, 2020, © Emanuele Cantò, Courtesy of the artist


I giovani artisti americani in quegli anni mostrano interesse per le fotografie, non più come solo strumento da utilizzare per fini documentaristici, ma come mezzo per percepire la realtà. Ed è così che Jeff Wall con la sua Picture for Women del 1979, volutamente ispirata dal dipinto di Edouard Manet Un bar aux Foliex Bergère del 1882, oltre a segnare un passaggio chiave dalla fotografia in bianco e nero a quella a colori, aggiorna il rapporto di potere tra l’artista uomo e la modella donna e, posizionando la telecamera al centro della scena, lascia che lo spettatore osservi quanto accade, in questo luogo anonimo, attraverso il riflesso nello specchio. 

Solo due anni dopo l’artista americana Louise Lawler, realizza una fotografia in bianco e nero dove, in bella vista, su un pacchetto di fiammiferi poggiati su un posacenere, campeggia, come manifesta dichiarazione, la frase Why Pictures Now?. Negli stessi anni una giovane e assai timida Cindy Sherman, decide di uscire di casa, in una New York in piena crisi economica, spesso travestita da qualcun’altra, interpretando ruoli femminili ispirati ai film e realizzando tra le altre cose, settanta fotografie in bianco e nero, che intitola Untitled Film Stills: “I miei scatti descrivevano la falsificazione dei ruoli in gioco e allo stesso tempo il disprezzo per il “maschio” dominante che avrebbe erroneamente percepito le immagini sexy”.

La vita quotidiana di quegli anni si mescola all’opera d’arte e si compie presentandoci scatti in chiave concettuale come quelli dell’artista francese Sophie Calle. Per realizzare il progetto L’Hotel, si fece assumere come cameriera in un albergo a Venezia dove lavorò per tre settimane. Questo le permise di spiare gli ospiti, di vestire i panni di un detective alla ricerca dei segreti degli altri, di fotografare le loro stanze momentaneamente non occupate, i loro letti sfatti, gli oggetti nei bagni, le valigie, gli armadi e molto altro ancora andando poi a fondere la realtà e la finzione e creando scenari che rappresentano l’essere fuori controllo prendendo talvolta pieghe inaspettate e rendendo il fruitore dei suoi scatti complice del suo voyeurismo.


Binta Diaw, Paysages Corporel V, 2021, © Binta Diaw, Courtesy of the artist and Galleria Giampaolo Abbondio 


Negli anni novanta, in piena crisi Aids, nascono i primi progetti dedicati all’identità e alle relazioni LGBTQ+ come gli scatti, sottilmente radicali, di Catherine Opie dedicati a famiglie queer. Sono opere queste che hanno dato il via a una strategia importante per chiedere altrettanti importanti cambiamenti sociali portati avanti oggi dalla fotografa attivista Zanele Muholi che fotografa lesbiche, uomini transessuali e persone gender nere che per la maggior parte vivono in Sud Africa.


Zanele Muholi Bazaza, III Philadelphia, 2019, Zanele Muholi. Courtesy of Collezione Iannaccone


In Italia la fotografia inizia la sua rivoluzione negli anni del dopoguerra diventando uno strumento ideale per fungere da specchio di un paese in larga misura ancora rurale e in cui l’analfabetismo è molto diffuso. Pier Paolo Pasolini per realizzare il film La Rabbia non gira nessuna scena ma usa esclusivamente delle vecchie pellicole di “Mondo libero” - un cinegiornale degli anni cinquanta - e fotografie tratte dai giornali montate e accompagnate da un commento scritto. È così che inizia un percorso in Italia verso la sperimentazione dove le immagini fungono da strumento per la critica e commento alla cultura contemporanea e che negli anni a venire sfocia in una nuova idea di fotografia.

L’artista Franco Vaccari alla Biennale di Venezia del 1972 nella famosa Esposizione in tempo reale n. 4: Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio colloca in una stanza una cabina Photomatic, dotata di autoscatto, sulle cui pareti campeggia il titolo dell’operazione stessa tradotto in quattro lingue: è un invito al ritratto “fai da te”, è un’opera che prende forma in tempo reale e che risulta essere una chiara critica al sistema dell’arte e ai canoni estetici ad esso legati.

Nel 1976 Romana Loda realizza la prima esposizione italiana dedicata ai rapporti tra femminismo e fotografia. Artiste come Tomaso Binga, Lisetta Carmi, Ketty La Rocca e Lucia Marcucci, solo per citarne alcune, sebbene partendo da presupposti diversi, condividono l’uso del mezzo fotografico come idea per esplorare l’identità e condurre una critica profonda delle immagini del femminile diffuse nella cultura occidentale. Tutti questi artisti diventano figure di riferimento per una nuova generazione di artisti nati tra gli anni sessanta e settanta come Marcello Maloberti che, combinando alla performance un approccio fotografico diretto, ritrae i pensieri intimi dell’animo umano.

 

Lisetta Carmi, I travestiti Pasquale, 1986 ca. Courtesy Collezione Iannaccone


Jacopo Benassi, nato nel 1970 vive e lavora a La Spezia e fa da più di trent’anni opere fotografiche con una luce che è solo sua ed è sempre la stessa: “una luce domestica”. O ancora Rä di Martino che attraverso i suoi scatti comunica un senso di vulnerabilità, di desiderio, ambiguità e difficoltà relazionali dell’uomo contemporaneo; Michael Fliri che indaga concetti come la metamorfosi, la mutazione e il travestimento, Francesco Gennari che ci concede, attraverso i suoi autoritratti, un viaggio nel suo mondo misterioso, ambiguo e dove minime modifiche provocano un sostanziale modifica del punto di vista.

O ancora Marinella Senatore, Eva Marisaldi, Marzia Migliora, Paola Pivi, Moira Ricci, Anna Franceschini, che attraverso le loro opere indagano il tema dell’identità, Marcella Vanzo che con le sue immagini cerca di capovolgere regole e preconcetti, Nina Carini i cui lavori sono caratterizzati da una forte matrice esistenziale, o ancora Adrian Paci, albanese di origine ma che da molti anni vive in Italia e che attraverso le sue immagini racconta della condizione precaria e instabile di questa umanità che nonostante tutte le sue vicissitudini sa mantenere un forte legame con la vita e un forte amore per essa.

Roberto Cuoghi, che sfida attraverso la sua raffinata e ossessiva ricerca qualsiasi genere di categorizzazione e che attraverso l’alterazione fisica ossessiva e deformante, ai limiti della metamorfosi, vuole forse mostrarci il complicato rapporto che gli esseri umani intrattengono con il loro corpo ai giorni nostri. Filippo Berta la cui ricerca evidenza le tensioni sociali provocate dalla relazione tra gli individui e le relative società di appartenenza.

Artisti questi che sono stati di ispirazione, per i giovani emergenti, nati per lo più dopo la metà degli anni novanta e che oggi, in un’epoca in cui l’autocelebrazione e la pubblicità dei propri fatti privati attraverso gli scatti fotografici pubblicati sui social network è una pratica diffusa e accettata, devono necessariamente porre le basi per nuove ricerche. Così, per scovare i nuovi nomi, ora che ci è difficile girare per fiere e volare dall’altro capo del mondo, dobbiamo entrare nelle Accademie, parlare con gli insegnanti, accedere alle residenze d’artista o a istituzioni come Casa Testori o spazi indipendenti come FuturDome, seguire gallerie di ricerca come FANTA o i social e visitare i loro studi.

 

I punti cardine della fotografia nell’era post internet 

Sono questi i luoghi che promuovono la giovanissima arte contemporanea ed è qui che ci è permesso scoprire nuovi talenti che concepiscono la fotografia in un modo nuovo. Nell’era definita post-internet, questi giovani sono alla ricerca del capire il comportamento delle immagini e come le stesse stiano inevitabilmente trasformando la cultura umana proseguendo quelli che sono stati i punti cardine della fotografia. Primo fra tutti certamente la luce.

Quella che ti aiuta a fissare l’immagine, quella che ti aiuta con la sua intensità a catturare le emozioni. La luce non è una cosa che si può misurare, è una percezione che determina poi la resa finale del lavoro. Che sia una fotografia da performance, il ritratto di un volto o di un paesaggio, la luce è tutto quello che permette ad una immagine di vivere. L’ultimo anno e mezzo non è stato per niente facile. Una ventisettenne Giulia Bersani, in un libro fotografico intitolato “Cosa rimane” ha raccolto, “gli avanzi di una relazione che ha attraversato il lock down e che è terminata poco dopo”.

La pandemia ha lasciato in ognuno di noi un segno indelebile aumentando le disuguaglianze e attirando l’attenzione sulle problematiche della nostra società. Emanuele Cantò, classe 1997 è proprio in questo tempo che ha realizzato la serie di dodici fotografie a colori dal titolo Io Mi Fermo Qui. Lo stesso titolo che invade a caratteri cubi- tali le scene desolate di un’Italia irriconoscibile e vuota.

La ventiseienne Binta Diaw, italo senegalese, conosciuta in una sua residenza in Via Farini, mi scrive che per lei “La fotografia oggi è creare o ricreare spazi percorribili non solo con lo sguardo e l’immaginazione ma anche con l’esperienza fisica”. Nei lavori di Binta tutto si rivela nei segni, come quelli che caratterizzano i poetici scatti Paysages Corporels che, stampati su una carta spessa e ruvida, vengono rielaborati con del gesso, andando a tracciare linee dai colori intensi, trasformando le forme del corpo in percorsi, paesaggi e viaggi idealmente infiniti.


Fotografia come percezione fittizia

Jacopo Martinotti, classe 1995, mi ha colpito per il suo scatto Divus del 2017 che sposta la ricerca verso un gesto affermativo e poetico come quello di alzare un film al cielo, un rapporto tra la costruzione e la finzione di un racconto. “Ogni istante assume un reale significato guardando a memorie e forme passate e la fotografia mi sembra un mezzo che riesce a render conto di questo incessante essere citati da ciò che è stato, di una convocazione alla sua presenza. Sono tempi morti che ritrovano attualità nel rivolgersi a noi. 

Per questo la fotografia non mi è mai parsa commemorativa, anzi credo che la sua esigenza sia piuttosto quella di un riscatto, di manifestare un ritardo già sempre possibile. Essa coglie perfettamente il reale nel suo fermo immagine rendendone tangibile l’incapacità di restare. Ci ricorda di non ricordare. Le fotografie sono ritagli architettonici, come esportazioni di spazi e tempi. Mi è sempre interessato il loro carattere documentativo, perché a immortalarsi è l’estraneazione di un momento dove il corpo, imprimendosi, annuncia la sua inafferrabilità”. 

Matteo Pizzolante, classe 1989, utilizza invece immagini digitali e software come strumenti per rappresentare e descrivere lo spazio in modo più ampio e stratificato. Tra i suoi lavori più interessanti Silent Sun in cui ha integrato metodi di stampa analogici a modellazione 3D. “Questa parte della mia ricerca che porto avanti da diverso tempo e che prevede la contaminazione di diversi media, mi permette di analizzare dinamiche temporali e riflettere sullo statuto dell’immagine fotografica mettendo in crisi il confine tra realtà e finzione. Lo sviluppo tecnologico ha portato ad una grande diffusione e semplificazione del mezzo fotografico, estendendo a tutti la capacità di produrre immagini”.

“La fotografia dà l’illusione di produrre facilmente conoscenza e ciò porta a credere di poter abbracciare il mondo nella sua interezza. Questa conoscenza per immagini è però una percezione fittizia, illusoria che non ci spinge ad entrare in profondità nelle cose. Le fotografie di reportage, ad esempio, non portano per forza ad una maggiore coscienza degli eventi, anzi al contrario, anestetizzano, spingendoci ad un consumo sempre maggiore per compensare l’assuefazione del nostro sguardo. Se da un lato viviamo in un periodo di crisi dell’autorità, compresa quella dell’artista, dall’altro, è l’epoca della creatività diffusa perché ogni persona ha la possibilità di produrre contenuti per immagini: parlare di fotografia, per me, vuol dire parlare del rapporto tra potere personale e democrazia e della responsabilità che ogni artista ha con il pubblico”.

Rileggendo il testo mi rendo conto che la mia è una lettura parziale, che l’elenco di artisti e artiste citate è incompleto, avrei voluto parlare di altri pionieri, altri sperimentatori di questa particolare tecnica di ripresa della realtà. Quello che certamente ho compreso, probabilmente anche grazie alle difficoltà di viaggiare in tempo di Covid, è che gli artisti italiani, anche i più giovani, sebbene spesso non siano citati nei volumi dedicati alla fotografia internazionale, non hanno nulla da invidiare ai colleghi americani, orientali o d’Oltralpe. Credo che oggi più che mai sia importante puntare le nostre ricerche e i nostri acquisti verso gli artisti “di casa” perché ci stanno raccontando attraverso le immagini la storia che stiamo vivendo con uno sguardo nuovo e poi forse è giunto il momento di sfatare il mito secondo cui “nessuno è profeta in patria”.

 

*Articolo apparso originariamente su Quando la fotografia diventa arte, collana Le guide We Wealth

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