Fisco e arte, cambiare per migliorare

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Come funziona la tassazione su opere da collezione o da investimento? Il dibattito è aperto e le richieste dei collezionisti sono essenzialmente due: abbassamento dell’Iva sulle vendite nazionali e l’import e chiarezza sul trattamento delle plusvalenze derivanti da cessione. L'analisi di Roberto Spada, commercialista e collezionista di lungo corso di opere d’arte contemporanea

Il tema fiscale legato all’arte da collezione o da investimento è al centro di un dibattito aperto. L’abbassamento delle aliquote Iva sulle vendite nazionali e sulle importazioni e l’introduzione di regole chiare per la tassazione delle plusvalenze derivanti dalle cessioni sono alcune tra le misure più richieste da collezionisti e investitori. In tanti evidenziano la debolezza del nostro sistema rispetto ad altri Paesi più̀ efficaci sotto questo profilo come la Francia.

L’Italia che, secondo Nomisma, pesa in Europa appena il 2% del fatturato totale dell’arte, dato che sale al 6% senza considerare il Regno Unito, rischia di non sfruttare l’effetto Brexit per accrescere il suo mercato se non adotta anche una politica fiscale più competitiva. Quali misure andrebbero introdotte nel nostro sistema? “Sicuramente il tema dell’Iva è il più delicato per il settore dell’arte”, secondo Roberto Spada, commercialista e collezionista di lungo corso di opere d’arte contemporanea. “L’imposta al 22%, già alta di per sé, lo è ancora di più se si considera che colpisce le persone fisiche, in quanto “consumatori finali” del bene. Se il nostro legislatore fosse chiamato a intervenire sul settore, l’Iva dovrebbe essere abbassata. Soprattutto per le importazioni di opere d’arte che scontano un’aliquota del 10%, troppo elevata rispetto ai Paesi europei più virtuosi. La riduzione consentirebbe anche di abbattere il nero”. 

C’è un altro aspetto che crea confusione nei collezionisti e tra gli investitori e cioè la tassazione delle plusvalenze derivanti dalla cessione delle opere d’arte. A volte sono tassate a volte no, a seconda del profilo del collezionista, se speculativo o meno. Cosa che non è semplice accertare con parametri oggettivi. Come si può migliorare questa situazione? “Anzitutto non c’è un impianto normativo che regoli in modo chiaro e univoco la materia”, prosegue Spada.

 

Davide Monaldi dettaglio dell’opera 365 | installazione di 365 figurine in ceramica smaltata di dimensioni variabili, edizione unica. Photo by Andrea Rossetti

“Il quadro fiscale sotto questo profilo lo si ricava dalla giurisprudenza e dai singoli casi trattati. Fatta questa doverosa premessa, la situazione attuale è che se una persona fisica non svolge come attività principale quella della compravendita di opere d’arte, non dovrebbe essere tassata. Anche nel caso in cui si venda un’opera per acquistarne un’altra, si è in presenza di un collezionista che non dovrebbe essere assoggettato a imposizione, perché non c’è speculazione. A parte questi casi, si sente la necessità di intervenire per fare chiarezza a livello generale. Una soluzione potrebbe essere quella di introdurre un limite temporale di detenzione dell’opera che, se non rispettato, potrebbe dar luogo a tassazione in quanto sottintenderebbe un intento speculativo. Un po' come avviene per gli immobili. Certamente però le aliquote dovrebbero essere ragionevoli”. 

Oggi sempre più giovani acquistano arte con motivazioni di investimento: come, dal punto di vista, fiscale dovrebbe essere regolamentato questo fenomeno? “Oggi l’attenzione all’arte come investimento è molto elevata”, prosegue Spada. “Anche da parte di persone che non hanno una reale preparazione sull’arte. Mentre il collezionista appassionato compra quello che gli piace nell’ambito di un budget prefissato e non si preoccupa del valore dell’opera di qui a due anni nell’ottica della rivendita. Bisogna distinguere i due sottogruppi di collezionisti. Tanti a guardare all’arte come strumento finanziario: regolamentare la materia per colpire una parte dei collezionisti finirebbe per colpirli tutti. Bisogna agire con il buonsenso. E torniamo quindi al periodo di detenzione minimo dell’opera. In questo caso non andrei oltre i due anni, decorsi i quali la vendita dell’opera non dovrebbe essere tassata. Cinque anni, come è previsto per gli immobili, sarebbero troppi per chi vuole accrescere la propria collezione e effettua quindi frequenti operazioni di dismissione e acquisto. Magari si potrebbe prevedere una deroga se il ricavato della vendita fosse reinvestito in arte”.

Quali misure fiscali attualmente vigenti invece eliminerebbe per far crescere il settore? “Sono contrario alla notifica delle collezioni perché il mercato dell’arte dovrebbe essere libero”, risponde l'esperto. “La norma risale al periodo di Mussolini, si tratta quindi di una legge datata che dovrebbe essere ripensata. Eliminerei anche il diritto di seguito a favore degli artisti, perché introduce un aspetto, e cioè la crescita di valore dell’opera a cui si aggancia la percentuale a favore dell’artista, che può contaminare il suo lavoro e avvicinare il settore a quello finanziario. Il diritto di seguito aggrava il costo a carico del collezionista se pensiamo che si aggiunge all’Iva”.

L’attuale sistema fiscale delle donazioni e successioni in Italia è molto favorevole. Cosa si potrebbe migliorare in questo ambito? “Non solo le imposte di successione e donazione sono bassissime, ma esiste la presunzione di inclusione nell’asse ereditario di un 10% del mobilio, in cui rientrano anche le opere d’arte. Sono così state trasferite intere collezioni d’arte appese alle pareti di casa. Il giorno che saranno aumentate le aliquote per le imposte di successione e per le donazioni allora ci sarà la corsa alla compensazione delle imposte con le opere d’arte sfruttando la norma, poco utilizzata sin qui in verità, che consente di pagare le imposte di successione con la cessione di beni culturali allo Stato. Ma dubito che ciò accadrà. Vuoi perché il gettito di queste imposte è davvero contenuto, vuoi perché si tratta di beni già tassati al momento in cui i redditi sono stati prodotti”, precisa Spada.

Come collezionista e professionista quali progetti ha in programma per sostenere il settore dell’arte? “Con il nostro studio di professionisti, quest’anno come già accaduto nelle precedenti edizioni, sosteniamo il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. Credo sia un dovere di chi ama l’arte contribuire a sostenere, anche economicamente, i progetti che ci riguardano da vicino. Un altro evento, sempre portato avanti come studio, è il sostegno ad Arte Fiera di Bologna; stiamo organizzando una grande cena per celebrale il ritorno agli eventi in presenza e come segnale di ottimismo per l’intero settore dell’arte. Ospiteremo poi nel nostro studio di Bologna una mostra di Chiara Camoni e Luca Bertolo che inaugurerà il 13 di maggio e proseguirà fino al 10 giugno dal titolo “1897 dove andiamo?” Sono molto felice di aprire così le porte dello studio di Bologna all’arte”, conclude Spada.

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Specializzato in diritto tributario presso la Business School de Il Sole 24 ore e poi in diritto e fiscalità dell’arte, dal 2004 è iscritto all’Albo degli Avvocati di Milano ed è abilitato alla difesa in Corte di Cassazione. La sua attività si incentra prevalentemente sulla consulenza giuridica e fiscale applicata all’impiego del capitale, agli investimenti e al business. E’ partner di Cavalluzzo Rizzi Caldart, studio boutique del centro di Milano. Dal 2019 collabora con We Wealth su temi legati ai beni da collezione e investimento.

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