Dalì, il lusso dell'arte e il Fisco punitivo

Nicola Ricciardi
16.3.2022
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L'opera d'arte è un bene di lusso o un bene culturale? Il fisco italiano sembra non avere dubbi, cedendo a un'inclinazione moralistica che equipara le opere d'arte a gioielli e yacht. Ma una lezione arriva dal maestro surrealista
Forse non tutti sanno che Salvador Dalì, il padre del surrealismo, pittore visionario e figura geniale nel panorama artistico mondiale, univa alla sua nota eccentricità, una grande dose di generosità. L'artista infatti era solito andare a mangiare nei migliori ristoranti, invitando quanta più gente poteva: amici, conoscenti, colleghi e appassionati, gente conosciuta e persone perfettamente mai incontrate prima, appassionati d'arte e gente che si occupava di tutt'altro. Li invitava tutti lui e, come vuole l'etichetta, alla fini della cena si offriva di pagare il conto per tutti. Il geniale artista però, non pagava mai in contanti; preferiva tirare fuori un assegno che compilava e consegnava al ristoratore. Dov'è la novità?
Non sarà stato certo il primo, Dalì, a pagare una cena al ristorante con un assegno. Certo che no; è stato però probabilmente il primo, se non l'unico, a non pagarle mai, quelle cene. E non perché gli assegni fossero scoperti ma semplicemente perché il ristoratore di turno, ricevuto l'assegno dal famoso artista, si vedeva di fronte a un atroce dubbio. Incassare l'assegno, e con questo vedere pagato il proprio conto, oppure conservare quell'assegno, che costituiva un'opera, unica e originale, firmata e datata, del geniale pittore? Ma le opere d'arte non interessano solo ai ristoratori, perché suscitano anche l'attenzione del fisco e allora il ristoratore che non incassava l'assegno avrebbe potuto subire anche un controllo dal Fisco che gli avrebbe chiesto come faceva a permettersi un'opera di Dalì. Perché quello che interessa al Fisco è proprio questo: che chi possiede un'opera d'arte, come un qualsiasi oggetto di lusso, abbia un reddito sufficiente per potersela permettere. I due mondi, quello fiscale e quello artistico infatti, sono distinti ma non sono distanti; ad esempio, se l'Agenzia delle Entrate riscontra differenze tra il reddito dichiarato e le opere d'arte che il cittadino possiede, può far partire un accertamento fiscale per rideterminare il reddito del collezionista. Prima del D.L. 78/2010, le opere d'arte non erano comprese tra quei beni che interessavano all'Agenzia delle Entrate; adesso invece, le spese sostenute per le opere d'arte sono equiparate a quelle per i gioielli e anche il semplice collezionista potrebbe vedersi destinatario di un avviso del Fisco, con l'obbligo di dimostrare la natura dei redditi impiegati per gli acquisti, pena multe pesanti sanzioni. Quindi, chiunque acquisti un'opera d'arte, tra le tante cautele, deve adoperare anche quella fiscale.
Questo però non pare scoraggiare, giustamente, chi vuole investire in questo mercato: è ormai da diversi anni infatti che il mercato dell'arte, soprattutto quella contemporanea, vede trend di crescita costanti a scapito di altri settori “tradizionali” che invece sono fermi al palo. E questa vitalità del settore non poteva sfuggire al Fisco che è presente nel settore dell'arte sotto molteplici aspetti: tra questi vi è appunto il controllo delle capacità di spesa di chi possegga un'opera d'arte, controllo che avviene per mezzo del cd. “Redditometro”.

Questo strumento si fonda sulla proporzionalità tra la capacità di spesa e il reddito prodotto da ogni individuo. In base al rapporto tra quanto una persona spende e quanto guadagna il Fisco ne determina il reddito e ne esamina, al contempo, il tenore di vita. Ovviamente in questo sistema non viene dato lo stesso peso ad acquisti diversi perché l'acquisto di una casa o di un'auto non è equiparato all'acquisto di un quadro. La casa e l'automobile sono indispensabili alla vita di una persona mentre l'opera d'arte - dice il Fisco - non lo è; per questa ragione, l'acquisto di un quadro è visto con maggiore severità da parte dell'Agenzia delle Entrate rispetto all'acquisto di una casa. E qui sta l'equivoco di fondo, a parere di chi scrive: fin tanto che il Fisco considererà le opere d'arte come beni di lusso e non come beni culturali, quali in effetti sono, avrà sempre una visione “punitiva” del collezionista e ne tasserà gli acquisti sotto ogni forma. Lo farà applicando alle opere d'arte l'aliquota IVA piena, quella dei beni di lusso, e non quella agevolata, che si applica ai beni culturali. E questa visione punitiva genera danni anche per lo stesso Fisco che, così ragionando, incassa di meno di quanto potrebbe; infatti, chi vuole acquistare un'opera d'arte non la compra in Italia, ma la compra all'estero, in quei Paesi in cui l'aliquota IVA è più bassa. Così facendo, incasserà di meno il Fisco e ne pagherà le conseguenze tutto il sistema Paese, perché l'indotto che si aggira intorno al mondo dell'arte muove ogni anno centinaio di milioni di euro. Per fortuna, quello del redditometro è un accertamento presunto ed è sempre data la possibilità al soggetto verificato di “ribaltare” questa presunzione. Per l'Agenzia delle Entrate, il possesso dei seguenti beni dimostra un'elevata capacità contributiva: aerei ed elicotteri, barche, autoveicoli e motocicli di una certa cilindrata, residenze principali e secondarie, collaboratori familiari, cavalli da corsa o da equitazione. La somma di tutti questi bene determina il reddito complessivo netto del contribuente, quale espressione della sua capacità contributiva.

Il cittadino, come detto, può sempre fornire prova contraria, secondo quanto stabilito dall'art. 38 del DPR 600/73, che afferma che la prova contraria può consistere nel fatto che l'acquisto sia stato fatto, ad esempio, con altri redditi: redditi diversi da quelli posseduti dal contribuente nel periodo d'imposta considerato, redditi esenti, redditi soggetti a imposizione alla fonte a titolo d'imposta, redditi legalmente esclusi dalla base imponibile. Quindi, per concludere, se domani qualcuno dei vostri amici vi invita a cena, come faceva Dalì, non preoccupatevi; se invece la cena la pagate voi, attenzione a quanto spendete.
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Nicola Ricciardi è Avvocato cassazionista iscritto all’Ordine degli Avvocati di Roma esperto in diritto tributario, doganale e delle accise.

Autore di libri e pubblicazioni sul tema della riscossione delle imposte, già consulente presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, è docente presso l’Istituto di Studi Giuridici Arturo Carlo Jemolo di Roma.

Titolare dell’omonimo studio legale con sede a Roma e Milano, l’Avvocato Ricciardi assiste privati e aziende in occasione delle verifiche e degli accertamenti fiscali.

Relatore in numerosi convegni in materia tributaria, è Presidente dell'Associazione Fisco e Territorio NO PROFIT

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