Venture capital: in Italia l’inverno dei capitali non arriverà?

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
6.7.2022
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Meno sensibile agli shock economici e più sano. Gabriele Arcuri, Partner di DLA Piper, spiega a We Wealth perché le prospettive per il venture capital in Italia non sono catastrofiche

Con i mercati in profondo rosso e all’orizzonte nubi di recessione, che si fanno sempre più minacciose, in molti pensano che anche i mercati del private equity e del venture capital inevitabilmente soffriranno del minore appetito degli investitori per il rischio. Tuttavia in Italia, le cose non stanno proprio così. Il perché? Lo ha spiegato a We Wealth Gabriele Arcuri, Partner di DLA Piper.

Come ha reagito il venture capital alla volatilità dei mercati pubblici?


Non abbiamo, almeno in Italia, una cartina di tornasole così sensibile da poter dire se l’incertezza sui mercati abbia dato uno scossone al mercato del venture capital. Nel nostro paese infatti l’exit da ipo solitamente è propria del private equity, a differenza di quanto si osserva sul mercato statunitense, dove la propensione al rischio è maggiore e dove più di un unicorno è diventato tale proprio a seguito di round di finanziamento di venture capital. Quando a settembre avremo i primi report sul primo semestre 2022 potremmo paragonarli con quelli del primo semestre 2021, anno per il mercato di crescita a doppia cifra. Già replicare quei risultati sarebbe un successo.


Come sono cambiate le strategie dei fondi di venture capital?


Nell’ultimo anno c’è stato un aumento degli investimenti e si sono ben delineate quelle che sono le aree di investimento che sono più attrattive. Alcuni settori, figli dell’esperienza pandemica, hanno avuto un boost più di altri, come ad esempio il fintech, il food tech e il parasanitario. Un altro settore particolarmente attivo è quello della cybersecurity.


Lato investitori, si è assistito a una minore propensione al rischio?

 

La volatilità dei listini ha certamente richiamato gli investitori alla prudenza, ma sul mercato c’è ancora grande voglia di investire, perché si sa che se un investimento è fatto bene ci sarà un ritorno importante. Ad ogni modo, credo che gli investimenti a tre anni, che vedevamo fino a dieci anni fa, non sono più pensabili, salvo in alcuni settori. Gli stessi piani industriali posti a fondamento di questi investimenti difficilmente si fermano ad un orizzonte di così breve periodo. C’è poi da considerare la qualità degli investitori. Le politiche intraprese dai paesi occidentali negli ultimi mesi hanno infatti influenzato lo sguardo delle target verso alcuni tipi di investitori. Esistono infatti attualmente delle regole che limitano la circolazione dei capitali da e verso determinati paesi. I fondi russi, per esempio, sono ramificati in molti investitori e doversi privare di alcuni capitali condiziona sensibilmente il mercato.

Quanto un rallentamento dell’economia globale può impattare sulle start-up?

 

Non credo che i fondi di venture capital non investiranno più. Il mercato italiano, rispetto a quello statunitense, infatti è un mercato meno sensibile ed anche in un certo senso più sano, in quanto non ci si può permettere la degenerazione patologica dell’investimento. Negli Stati Uniti il fallimento è considerato per cultura una fase patologica, ma propria, della vita dell’impresa. In Italia il fallimento rimane una delle onte che l’imprenditore non riesce a cancellare dal proprio curriculum. Anche per questo motivo nel nostro paese c’è a monte un’attenta analisi delle possibilità di investire su determinate target che all’estero non avviene. Inoltre, i fondi attualmente hanno i soldi e li devono spendere. Se sarà recessione dunque mi aspetto meno operazioni, ma esito di una valutazione ancora più attenta da parte degli investitori.  


È possibile chiudere o ridurre il gap con i mercati esteri?

 

La forchetta è così ampia che è non è pensabile di chiudere il gap esistente, soprattutto con riferimento al mercato statunitense. È possibile invece ridurlo lavorando in un’ottica culturale, partendo dall’istruzione, per permettere a chi ha un’idea di dargli una forma. Su questo le grandi università stanno facendo tantissimo per creare dei laboratori dedicati. Tant’è che gli stessi spin-off universitari sono uno dei primi ambiti d’investimento dei fondi di venture capital. Inoltre, bisogna lavorare sulla cultura imprenditoriale. L’imprenditore italiano è infatti ancora molto più propenso al  finanziamento ordinario rispetto al finanziamento in equity o quasi equity da parte di investitori di venture capital. In questo contesto, realtà come cdp venture, possono rappresentare un volano molto importante per ridurre il gap rispetto a paesi storicamente più attivi nel venture capital quali Germania, Francia e Spagna.

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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