Il late stage si sta affacciando anche in Italia?

Andrea Messuti
Andrea Messuti
15.6.2021
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I dati relativi agli investimenti nel settore del venture capital evidenziano come l'Italia si stia allineando all'Europa nel favorire investimenti in società mature con un modello di business già consolidato
Il venture capital per sua natura abbraccia un bacino di imprese che presentano un grado di maturità e caratteristiche molto diverse tra di loro. A seconda dello stadio di sviluppo della società beneficiaria degli investimenti possono distinguersi investimenti pre-seed, seed, early VC, serie A/B/C, late VC e growth equity.
In tale contesto per imprese cosiddette “later stage” si intendono quelle imprese in fase avanzata di sviluppo che si sono già assicurate un primo successo sul mercato e che presentano un modello di business testato e in forte crescita e un'organizzazione aziendale articolata e ben avviata. Maturità del prodotto e/o del servizio offerto e presenza di un portafoglio clienti importante e in crescita sono in sostanza gli elementi che contraddistinguono le imprese oggetto di investimenti late stage e che differenziano tali società da quelle in fase “early stage”, generalmente prive di clientela e con un prodotto e/o un servizio ancora in fase di sviluppo e definizione.
In paesi dove il  venture capital  è molto più sviluppato che in Italia, gli operatori del venture capital prediligono investimenti in società later stage a discapito di investimenti in società ancora nelle fasi iniziali di crescita. Tuttavia, anche in Italia, con qualche anno di ritardo rispetto a contesti internazionali, sembra iniziato questo trend di investimento, attenzionando imprese in fase avanzata di crescita e già oggetto di precedenti investimenti di successo. Stando alle statistiche del settore è infatti possibile notare a partire dal 2019 una crescita esponenziale - sia a livello di deal conclusi che di ticket di investimento - di round in società in fase avanzata.  Nel 2020 gli investimenti late stage sono infatti più che raddoppiati rispetto all'anno precedente, con un ulteriore balzo in avanti registrato nei primi mesi del 2021. Come contraltare si è assistito invece a un forte decremento del numero di investimenti pre-seed, seed ed early VC e conseguentemente a una ripercussione della valutazione delle società in tale stadio di sviluppo.
La ragione sottostante l'attenzione dei venture capitalist per le società più mature sembra risiedere nella diversa tipologia e nel diverso grado di rischio associato all'investimento. Mentre infatti nelle imprese early stage il rischio si presenta considerevole in quanto associato allo stesso successo commerciale iniziale del prodotto e/o servizio che la startup intende offrire e alla capacità e solidità del suo team di gestione, nei round late stage, caratterizzati da startup con una tecnologia sostanzialmente testata e già presenti con successo nel mercato, tali rischi vengono ridimensionati (seppur non del tutto esclusi). Obiettivi degli investimenti late stage sono in sostanza la crescita della capacità di penetrazione del mercato della società, il raggiungimento di una redditività positiva e l'ingresso (o consolidamento) in nuovi mercati internazionali, partendo tuttavia da una realtà già stabile e ben inserita nel mercato di origine. Seppur con le dovute cautele, potremmo dire che gli investimenti di late stage, per gli operatori professionali, si avvicinano a un investimento meramente finanziario (late stage come asset class); mentre gli investimenti di venture capital early stage intrinsecano ancora un investimento “industriale” volto alla creazione di un nuovo prodotto o servizio non presente sul mercato.

È di questi giorni la notizia del mega deal concluso da Etsy che ha acquistato l'ex-startup Depop ideata e fondata in Italia, in H-Farm, per un miliardo e seicento venticinque milioni di dollari. L'orgoglio nazionale è salito alle stelle. Tuttavia, questo grande successo per Simon Beckerman (fondatore di Depop), per H-Farm e per tutti i fondi che hanno investito nei vari round di investimento (sottolineo tutti internazionali, ad esclusione di H-Farm e dei primi business angel), fa sorgere alcune domande. L'exit di Depop avrebbe avuto così successo se fosse stata una società italiana? Ricordiamoci che i fondi di venture inglesi che hanno investito in Depop hanno trasferito tutte le sue attività a Londra. Inoltre, se così non fosse accaduto, Depop sarebbe riuscita ad attrarre così tanti fondi istituzionali, una volta comprovato il proprio modello di business e la propria traction sul mercato, come invece ha fatto da Londra?

Questo successo, porta con sé, a parer mio, due considerazioni:

  1. la tecnologia e l'ingegno italiano sono apprezzati nel mondo. La speranza che questo successo, in parte “made-in Italy”, possa attrarre investitori internazionali in Italia (in ogni stato dell'investimento) è una realtà;

  2.  il Paese deve strutturarsi, anche con alcuni interventi legislativi, affinchè gli “unicorn in pectore” rimangano in Italia. Penso che siamo sulla strada buona per vedere, fra non molto tempo si spera, un mega deal totalmente made-in Italy.


(Articolo scritto in collaborazione con Flavia Visco di Lca Studio Legale)
Opinione personale dell’autore
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È avvocato e partner di Lca Studio Legale, dove coordina il team di Emerging companies &
venture capital. È specializzato in operazioni di M&A e venture capital e in operazioni sui mercati
dei capitali nazionali o stranieri (con particolare riferimento alle Ipo nei settori tech e life science).
Assiste clienti italiani e internazionali operanti in diversi settori industriali e tecnologici.

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