Diversity: 6 lezioni (dall’estero) per i fondi alternativi italiani

Rita Annunziata
11.11.2022
Tempo di lettura: 3'
Un’analisi di Aifi e BonelliErede fotografa la composizione al femminile dei fondi alternativi italiani. E le lezioni che possono trarre dalle best practice internazionali, in particolare quando si parla di policy sulla gender diversity

Le donne rappresentano il 38% della forza lavoro totale degli operatori di private capital italiani a fronte del 41% per gli operatori internazionali

I fondi alternativi internazionali sono più strutturati in termini di policy sulla gender diversity, presenti nel 40% dei casi contro il 27% dei fondi domestici

Le donne rappresentano il 38% della forza lavoro degli operatori di private capital (private equity, venture capital, private debt e multiasset) italiani, ma scivolano al 25% quando si parla di team d’investimento fino al 17% per i consigli di amministrazione. Percentuali che ben si sposano con quanto registrato tra gli operatori internazionali. Se si analizza però la presenza di policy specifiche sulla gender diversity, le differenze a livello geografico diventano più marcate. Non solo in termini di welfare ma anche di reporting agli investitori.


A scattare la fotografia dell’uguaglianza di genere nei fondi alternativi è l’analisi Private capital e gender gap: quali sfide all’orizzonte? condotta da Aifi in collaborazione con BonelliErede, basata su un campione di 72 operatori ripartiti tra operatori internazionali (28%) e domestici (72%) che impiegano complessivamente 4.700 addetti. Il 60% dei soggetti coinvolti sconta una presenza al femminile sulla forza lavoro totale inferiore al 40%, per il 39% si parla di una quota compresa tra il 40 e il 60%, mentre solo l’1% degli operatori vanta in organico oltre il 60% di donne. 


Fondi alternativi italiani per il 38% al femminile

Guardando alla distribuzione per origine geografica, come anticipato in apertura, le donne rappresentano il 38% della forza lavoro totale degli operatori di private capital italiani e il 41% nel caso degli operatori internazionali. La presenza femminile è più marcata nelle funzioni corporate (come amministrazione, compliance, risk e affari legali), con i fondi italiani che superano gli internazionali di nove punti percentuali con il 59% di donne. Lo stesso vale per i team d’investimento, dove le professioniste rappresentano il 25% tra gli operatori italiani a fronte del 23% degli internazionali. La situazione si inverte quando si guarda ai consigli di amministrazione, dove la quota al femminile scende al 17% per i fondi italiani contro il 21% degli internazionali.


Il focus sull’investment team evidenza inoltre una sottorappresentazione delle donne in tutti i livelli di inquadramento, ma risulta più marcata per i livelli senior dove la presenza al femminile sul campione complessivo degli operatori analizzati si blocca al 13%; per mid-level e junior si parla rispettivamente del 25 e del 33%. Il 15% degli operatori, sempre indipendentemente dalla distribuzione per origine geografica, sconta l’assenza di donne nei team d’investimento. Percentuale che sale al 55% se si guarda alle senior. Mediamente, inoltre, le donne senior sono più giovani degli uomini: il 37% vanta infatti un’età inferiore ai 40 anni a fronte del 15% degli uomini.


Policy sulla gender diversity: la rincorsa dei fondi italiani

In questo scenario il 31% degli operatori ha implementato policy specifiche sulla diversità di genere, anche se in molti casi risultano far parte delle più ampie policy sulle tematiche Esg (Environmental, social, governance). I fondi alternativi internazionali sono però più strutturati, con policy presenti nel 40% dei casi a fronte del 27% dei fondi domestici. Nel dettaglio, il 65% dei fondi internazionali ha avviato azioni di reporting agli investitori sulle tematiche di gender diversity, contro il 40% degli italiani. Inoltre, il 75% ha avviato azioni di monitoraggio delle informazioni sulla diversità di genere nelle società in portafoglio (contro il 56% degli italiani) e il 5% intende farlo nei prossimi mesi (in questo caso la percentuale relativa ai fondi italiani sale al 17%). Il 60% degli operatori internazionali dichiara la presenza di iniziative di welfare aziendali a fronte del 19% degli operatori domestici, anche se in generale sono principalmente focalizzate sul tema della maternità. Tra queste, si citano il supporto economico integrativo per spese di gravidanza e maternità, la presenza di un asilo nido aziendale e infine progetti di “baby sitter on call”. Altre iniziative adottate dagli operatori di private capital internazionali sono la presenza di un responsabile o un comitato che si occupa della gender diversity (50%), di corsi di formazione sulle tematiche di gender diversity (35%) e di misure in relazione al gender pay gap (35%); gli operatori italiani li rincorrono con percentuali pari rispettivamente al 21, 15 e 13%. 

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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