Inflazione e recessione, le due grandi incognite per i mercati

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
25.7.2022
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Dopo quasi un biennio di rally, gli indici azionari sono precipitati fino ad entrare in un mercato Orso. Nel mentre, la dinamica dei prezzi si acutizza e l’economia rallenta. Cosa aspettarsi per il secondo semestre dell’anno? L'analisi di Vincent Manuel, capo degli investimenti di Indosuez Wealth Management, interpellato da We Wealth

Il primo semestre 2022 non è stato certo un buon semestre per i mercati globali. L’inflazione, il rialzo dei tassi, la guerra in Ucraina e ora i timori di una recessione - che secondo alcuni è ormai imminente - sono stati tutti fattori che hanno appesantito gli indici azionari. Alcuni più di altri. Da ultimo tra gli indici che si sono tinti di rosso c’è anche l’S&P 500 che a metà giugno è entrato ufficialmente in un mercato orso, per tale intendendosi un calo del 20% da un precedente massimo. Cosa aspettarsi per i prossimi mesi? 

Recessione in vista? 


L’outlook di mercato non è dei migliori. Lo spettro che si aggira per le borse di tutto il mondo porta il nome di recessione. Secondo l’ultimo sondaggio mensile di Bloomberg tra gli economisti, la probabilità che si verifichi una contrazione dell’attività economica è ora infatti al 30%, la percentuale più alta dal 2020. Si tratta di un aumento di 2,5 punti percentuali rispetto ad aprile e del doppio delle probabilità previste dagli economisti tre mesi fa. Al contempo c’è da fare i conti con un’inflazione che non accenna ad arrestarsi, nonostante i rialzi dei tassi annunciati dalle principali banche centrali, in primis la Fed che a giugno ha alzato i tassi di 0,75 punti percentuali, il più alto rialzo dal 1994. La combo di inflazione e assenza di crescita economica si chiama stagflazione – entità vista l’ultima volta negli anni settanta – e per Vincent Manuel, chief investment officer di Indosuez Wealth Management, è già qua. 


“Nell’area euro l’inflazione è arrivata all’8% e i numeri rimarranno elevati per un paio di mesi, con il picco che probabilmente verrà raggiunto nel terzo trimestre del 2022. Al contempo, se si confronta la crescita del PIL su base trimestrale piuttosto che annuale, si osserva come, nell’area euro, non ci sia quasi più crescita” commenta Vincent Manuel, che è dell’avviso che l’aggiustamento dei prezzi richiederà più tempo in Europa rispetto che negli Stati Uniti. “Nel Vecchio Continente c’è una maggiore rigidità dei prezzi, con l’inflazione che è originata, a differenza di quella statunitense, dai prezzi energetici e si trasferisce sui servizi e sui salari” continua Manuel. Ad ogni modo, a partire dal 2023 il cielo sopra Wall Street e le borse europee si dovrebbe rischiarare, sia fronte inflazione che lato crescita economica. “Pur rimanendo relativamente prudenti sulle prospettive macroeconomiche, una recessione severa rimane poco probabile in entrambi i continenti. Nell’area euro, per il 2022, il supporto fiscale è forte e pari al 1,75% del PIL e prende diverse forme: dal Next Generation EU, Re-Power EU agli stabilizzatori automatici, passando per i singoli piani nazionali. Negli Stati Uniti il peggio sarà evitato poiché i tassi di interesse rimarranno contenuti. La nostra aspettativa è infatti che la Fed, nel momento in cui le pressioni inflazionistiche.  si alleggeriranno e l’attività economica inizierà a rallentare, nel primo semestre 2023 porrà fine al suo programma di rialzo dei tassi. Tuttavia, una contrazione del PIL per uno o due trimestri non può essere esclusa” spiega Manuel. Con riferimento all’area euro Indosuez Wealth Management stima che il pil dell’area euro crescerà del 2,5% nel 2022 e del 1,5% nel 2023. L’inflazione complessiva invece dovrebbe attestarsi al 7% quest’anno e rimanere al di sopra dell’obiettivo della Bce, al 2,7%, nel 2023.


I mercati orso


Per i mercati si tratta dunque di uno scenario macroeconomico certamente non positivo, ma neanche eccessivamente drammatico. Gli investitori ora si chiedono quanto i listini possono ancora perdere e su quali settori puntare? Una prima indicazione in merito arriva dalla storia. Analizzando i mercati orso dal 1929 ad oggi emergono tre dati interessanti: la durata media di un bear market è di 289 giorni, la perdita media è del 36% e su 26 mercati ribassisti solo 15 si sono accompagnati a una recessione. In altre parole l’S&P 500 ha ancora molto spazio per andare al ribasso, la fine del mercato orso potrebbe non essere così lontana – Bank of America l’ha fissata al 19 ottobre – e i corsi azionari giù di oltre il 20% non indicano necessariamente l’arrivo della recessione. 


I settori su cui puntare


Storia e statistiche a parte, secondo il cio di Indosuez Wealth Management, quello di questi mesi è stato un riprezzamento del mercato a seguito di una normalizzazione delle valutazioni che ha colpito non in maniera omogenea i comparti azionari. “Il fenomeno ha interessato in particolare le azioni tecnologiche, con il Nadasq che è tornato a un rapporto P/E di 22, livello registrato l’ultima volta nell’aprile del 2022. Di contro le azioni value e che pagano dividendi sono scese molto di meno. Finora si è trattato dunque di un aggiustamento delle valutazioni e di un aggiustamento delle prospettive di certi settori che beneficiano di questo contesto inflattivo: energia, materiali e mining” spiega Manuel, che sottolinea come, per l’estate, sarà fondamentale capire se le prossime trimestrali confermeranno o meno i buoni risultati ottenuti dalle imprese nei primi tre mesi dell’anno: ben il 77% delle società dell’S&P 500 ha riportato sorprese positive in termini di EPS nel primo trimestre 2022. “Alla luce del conflitto in corso, che abbasserà il potere d’acquisto delle famiglie, impattando sui conti delle imprese per via dei minori consumi, e dell’inflazione che eroderà i margini aziendali, riteniamo che il consensus attualmente sia piuttosto ottimistico e che le stime sugli utili verranno riviste, nonostante le società più cicliche stiano continuando a fornire buoni risultati. Il settore dei consumi e parte dei settori industriali saranno i più penalizzati, mentre settori come le utility, i financial e l’healthcare sono quelli su cui puntare” commenta Manuel, che conclude osservando come attualmente la discriminante di performance sia proprio il prendere esposizione su determinati stili e settori piuttosto che tra aree geografiche.

(articolo tratto dal magazine We Wealth di luglio-agosto)

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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