Quanto versare per una rendita di 1000 euro al mese

Emanuela Notari
29.6.2022
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A regime l'assegno dell'Inps varrà tra il 50% e il 65% dell’ultimo stipendio. Bisogna integrare con accantonamenti privati. Smileconomy ha fatto i conti, per We Wealth. Il Risultato? Prima si comincia, meglio è. E se l'orizzonte è lungo, meglio puntare su una linea con profilo di rischio medio-alto

Il sistema non regge. Lo dicono tutti gli esperti e l’ha detto a gran voce anche Pasquale Tridico a dicembre dell’anno scorso: 13 milioni di pensionati over 64 (al netto delle pensioni di altro tipo) e solo 23 milioni di lavoratori su 38 milioni di persone in età da lavoro. Visto che i disoccupati in cerca di lavoro sono solo 2,2 milioni di persone, vuol dire che ben oltre 13 milioni di persone non lavorano, del tutto o alla luce del giorno, e non cercano lavoro. 


Questa è la situazione e le previsioni danno in crescita sia il numero di pensionati sia l’aspettativa di vita (che sfiorerà i 90 anni per le donne e gli 85 per gli uomini entro il 2050) e in riduzione, invece, la forza lavoro, per via della nostra incapacità di far crescere la popolazione. Il sistema non regge anche perché quando la riforma previdenziale sarà a pieno regime i redditi pensionistici equivarranno mediamente al 65% dell’ultimo stipendio per i dipendenti e addirittura al 50% per gli autonomi. Come si può vivere una vecchiaia tranquilla con queste aspettative

La soluzione c’è: accedendo ai fondi pensione per garantirsi un reddito integrativo. Per quanto la cosa migliore sia iniziare fin dai 30/35 anni, è possibile farlo anche successivamente e se la categoria entro la quale si lavora non ha sottoscritto l’accordo per un fondo pensione chiuso o quello che prevede non dà sufficienti garanzie di rendita, ci sono i fondi aperti, leggermente più costosi ma decisamente altrettanto convenienti sul piano giuridico-fiscale (rendimenti tassati al 20% invece che al 26%, tassazione finale sul capitale tra 9% e 15%, impignorabilità e insequestrabilità esattamente come per i fondi chiusi o di categoria). 


In questo caso è importante farsi guidare nell’analisi di costi e linee di investimento più adeguate al proprio profilo di rischio, ma la tabella di seguito, a cura di Smileconomy, dà un’idea di quanto possa costare, a seconda dell’età, accantonare una rendita di, diciamo, 1.000 euro al mese a partire dalla pensione. Versamenti mensili per avere una reddita mensile netta di 1.000€ al mese all’età di 67 anni ed efficienza finanziaria a vita media.




Essendo più flessibili, i fondi aperti offrono anche linee di investimento a forte componente azionaria (diversamente dai fondi chiusi per i quali la componente azionaria non può superare il 50%), particolarmente indicate per i sottoscrittori più giovani che hanno un orizzonte temporale più vasto per raccoglierne i vantaggi.  


Evidentemente nessuna valutazione complessiva può però essere fatta senza tenere conto di altri parametri essenziali per una scelta corretta, come qualunque consulente che sappia fare il suo mestiere direbbe: innanzitutto i costi, ma anche età del contraente, orizzonti temporali, inquadramento lavorativo e profilo di rischio. I consulenti appunto. In questo percorso evolutivo giocano un ruolo fondamentale: consulenti, banche, intermediari finanziari, Sgr e tutti quei player del mercato finanziario che sono in grado di leggere la realtà dei numeri, che rappresentano un valore aggiunto nelle scelte finanziarie delle persone e che hanno anche un interesse proprio nel lavorare alla sostenibilità del sistema e dei cittadini prossimi alla pensione o pensionati.


D’altronde è proprio in queste fasce di età che risiede la clientela del sistema finanziario. Nelle loro mani c’è la capacità di far diventare la pianificazione previdenziale un fenomeno di massa, ben oltre i poco più di 8 milioni di lavoratori attualmente iscritti ai fondi pensione. Di lavorare alla consapevolezza dei clienti della nuova responsabilità che gli compete, oggi più che mai, della sostenibilità della loro stessa longevità. Di far loro capire che la tutela della propria vecchiaia è in qualche modo tutela del patrimonio di famiglia.


Il perché è presto detto. Il rischio maggiore della longevità è per definizione finanziario, ovvero quello di sottostimare la propria reale aspettativa di vita e, di conseguenza, il montante di risparmi necessario per integrare il reddito pensionistico quanto basta a mantenere il tenore di vita e coprire le maggiori esigenze mediche e di assistenza della vecchiaia più avanzata. Non è cosa da tutti fare correttamente le valutazioni e la pianificazione del caso e se si sbagliano i conti il patrimonio destinato a successione può venire pesantemente eroso o peggio la persona anziana può trovarsi a dover chiedere aiuto a un familiare, erodendo così il suo capitale.


Ma non è solo per tenere fede al loro ruolo sociale che i consulenti devono spingere in questa direzione. Un piano di previdenza integrativa scelto con intelligenza crea un legame che fidelizza nel tempo, inoltre la tutela del capitale spendibile del cliente protegge lui/lei e rispettiva famiglia dal rischio di erodere il capitale destinato alla successione o di esaurire le risorse e dover chiedere sostegno ad altri. E quando il passerà di mano, chi meglio del professionista che l’ha portato sano e salvo al passaggio generazionale può offrire garanzia di buona gestione per il futuro? Insomma, è qualcosa che conviene a tutti. Ed è urgente prendere questa direzione.


(Articolo tratto dal magazine We Wealth di giugno 2022)

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