Pepp: arrivano i fondi europei a prova di millennial

Rita Annunziata
23.6.2022
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I Pepp rappresentano un’opportunità per l’industria del risparmio gestito. Possono avvicinare quella fetta di giovani risparmiatori che oggi non aderisce ad alcuna forma di previdenza integrativa. I nodi da sciogliere, a partire dal Tfr, che non si può versare

I Pepp sono prodotti pensionistici individuali che si affiancano ai trattamenti presenti nel sistema previdenziale italiano. E che godono di due caratteristiche fondamentali: la portabilità tra tutti gli Stati membri e la possibilità di essere offerti da diversi operatori di mercato

La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane supera i 5mila miliardi. Ma solo poco più del 4% riguarda attività di tipo previdenziale

Gli operatori dovrebbero innanzitutto individuare il target di mercato cui intendono rivolgersi e poi organizzarsi per fornire la giusta consulenza alla clientela

La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane supera i 5mila miliardi. Ma solo poco più del 4% riguarda attività di tipo previdenziale, che vedono latitare soprattutto giovani e lavoratori con carriere discontinue. Risparmiatori che rappresenteranno gli investitori del domani e del dopodomani. E che l’industria del wealth management potrebbe avvicinare anche con i Pepp (Pan-european personal pension products), un esperimento dal punto di vista regolamentare ma anche una sfida per gli operatori del settore che - almeno in Italia - continuano a guardarli con circospezione. 


Nati dal Regolamento (UE) 2019/1238 applicabile a partire dal 22 marzo scorso in tutti gli Stati membri e recepito in Italia da un decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri n. 76 del 5 maggio, i Pepp sono dei prodotti pensionistici individuali che si affiancano (e non si sostituiscono) ai trattamenti presenti nel sistema previdenziale italiano: fondi pensione aperti, fondi negoziali e Piani individuali pensionistici. Ma con una dimensione paneuropea. “Nascono per soddisfare diverse esigenze”, racconta a We Wealth Pierpaolo Marano, professore di diritto delle assicurazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Innanzitutto, un’esigenza di mobilità: milioni di lavoratori risiedono per periodi più o meno lunghi in Stati diversi rispetto allo Stato membro di appartenenza e, qualora intendessero stipulare un Piano individuale pensionistico, sarebbero costretti a rivolgersi a una pluralità di fornitori. In secondo luogo, quella di consentire ai lavoratori residenti negli Stati membri in cui manca il secondo pilastro, come quelli dell’Est Europa, di accedere a una pensione che integri quella erogata dal primo pilastro”.

I Pepp, infatti, godono di due caratteristiche fondamentali: la portabilità tra tutti gli Stati membri e la possibilità di essere offerti da diversi operatori di mercato con statuti regolamentari differenti (imprese d’investimento, gestori di fondi, investitori di previdenza privati e compagnie di assicurazione). Nel momento in cui un operatore decide di offrire un Pepp, deve prevedere di offrirlo in almeno altri due Stati membri nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore del regolamento. “Tenendo conto del diritto al trasferimento e del diritto alla portabilità - spiega Marano - se, per esempio, un soggetto residente in Italia sottoscrive un Pepp, viene aperto un conto che registra tutte le relative operazioni. Se poi decide di trasferire la residenza in Belgio, ha il diritto a chiedere la portabilità del prodotto al proprio fornitore di Pepp, che dovrebbe aver aperto un sottoconto in Belgio per godere delle agevolazioni nella fase di accumulo e/o decumulo eventualmente previste in quell’ordinamento. Se il fornitore non possiede questo sottoconto, il risparmiatore potrebbe decidere di mantenere la fase di accumulo e decumulo in Italia o trasferire la propria posizione a un altro fornitore di Pepp che gli offre invece questa possibilità, in deroga al principio che si può trasferire la propria posizione solo dopo che siano trascorsi almeno cinque anni”. 


Un aspetto sfidante se si considera il fatto che chi realizza un prodotto deve immaginare in via preventiva dove un lavoratore tipo potrebbe recarsi nel corso della propria attività lavorativa. Gli operatori italiani, continua Marano, stanno infatti iniziando a muoversi lungo questa direzione (anche se non ci sono già dei prodotti sulla rampa di lancio) ma non mancano dei vincoli che rischiano di disincentivarli. Innanzitutto il tema del Tfr, cioè l’impossibilità di conferimento del trattamento di fine rapporto. Una decisione, quest’ultima, che era stata prevista per evitare che gli operatori decidessero di focalizzarsi “esclusivamente su un determinato tipo di potenziali aderenti”, ha ricordato Nicola Mango, dirigente del Dipartimento del Tesoro del Mef, in occasione dell’ultima edizione del Salone del Risparmio. Ma che potrebbe essere messa in discussione. 


Un’altra questione, aggiunge invece Marano, è che gli operatori dovranno disegnare dei prodotti che possono avere fino a sei opzioni d’investimento di cui almeno una, però, deve essere quella del Pepp base (l’opzione standard d’investimento) che garantisce la conservazione del capitale e pone un tetto a costi e commissioni pari all’1% del capitale accumulato per anno. Senza dimenticare il fatto che il quadro normativo non risulta ancora completamente definito in quanto, a fronte di un regolamento unitario, sussistono “discipline nazionali che creano elementi di incertezza” (lasciando ai singoli Stati la possibilità di definire le condizioni relative alle fasi di accumulo e decumulo, ndr).


Qualora un operatore decidesse comunque di offrire un Pepp, sono dunque quattro gli aspetti cui dovrebbero prestare attenzione secondo Marano. In primo luogo, individuare il target di mercato cui rivolgersi, scegliere il distributore adeguato a raggiungere tale target e a seguire gli eventuali spostamenti del cliente in seno all’Unione europea, e realizzare un prodotto che nella versione base abbia le caratteristiche previste dal regolamento e che nelle opzioni d’investimento adotti tecniche di mitigazione del rischio coerenti con il target di mercato. Infine, essendo un prodotto che richiede dei sottoconti nazionali all’estero, l’industria dovrebbe organizzarsi per fornire la giusta consulenza alla clientela. “I Pepp dovranno essere aperti a chi aderisce a una forma di previdenza ma soprattutto a chi ne è sprovvisto, le fasce d’età più giovani e le carriere lavorative caratterizzate da discontinuità”, conclude Mango. “E il collocamento online, in questo contesto, contribuirà sia a tenere i bassi costi sia ad attrarre questo tipo di target”.


(Articolo tratto dal magazine We Wealth di giugno 2022)

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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