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"Inflazione demografica", che cos'è quali sono i suoi effetti sulle pensioni | WeWealth

"Inflazione demografica", che cos'è quali sono i suoi effetti sulle pensioni

Emanuela Notari
26.7.2023
Tempo di lettura: 3'
Gli anziani tendono a essere sempre più numerosi in rapporto alla popolazione: come dovrebbe muoversi chi sta costrendo adesso la propria pensione

Due sono le grandi forze inflattive che interessano il risparmio previdenziale italiano, con l’effetto di ridurne il potere d’acquisto: l’inflazione monetaria che ben conosciamo e l’inflazione demografica, sia in senso assoluto (sempre più anziani e sempre più longevi), sia in senso relativo, con uno squilibrio crescente in alcuni paesi, come Giappone, Corea del Sud, Cina, Europa e in particolare Italia, tra quantità di anziani e quantità di giovani. 


I due fenomeni demografici hanno due effetti che si possono considerare inflattivi: aumentando l’aspettativa di vita aumenta il numero di anni che il risparmio pensionistico deve coprire con funzione di integrazione del reddito da pensione pubblica e tutela del tenore di vita; l’invecchiamento del Paese determinato dallo squilibrio anziani/giovani, induce i governi a ricorrere a riforme dei sistemi previdenziali che, basandosi sul solo sistema contributivo, riducono l’importo dell’assegno pensionistico. 


In un Paese dove negli ultimi 20 anni gli stipendi sono rimasti al palo mentre negli altri Paesi europei crescevano del 20%, anche i contributi sono rimasti gli stessi sebbene da un certo giorno in poi costituiranno l’unica base per il calcolo dell’assegno pensionistico, che si stima potrà aggirarsi così intorno al 65% degli ultimi stipendi per i lavoratori dipendenti e 45%-50% per gli autonomi. Esistono anche altri fattori soggettivi che aumentano il costo della vita.


Inflazione di genere

Le donne sono più longeve, quindi l’inflazione demografica è anche più pesante per il genere femminile che deve far durare ancora più a lungo il risparmio pensionistico e finanziario. Quel che rende il tutto ancora più critico è però e che questo risulta mediamente inferiore a quello degli uomini del 30%: se l’assegno pensionistico medio di un uomo è 1.381 euro, quello di una donna è 976 euro (Inps). Le donne che lavorano oggi guadagnano mediamente il 16% in meno nel privato e il 4% in meno nel pubblico. Ma il salary gap spiega solo il parte questa differenza: con la metà delle lavoratrici occupata part time infatti, il vero gap sta infatti nel reddito annuale, intorno al 46% circa. Ma tutto questo vale per le donne che lavorano, il 51% del totale. Il restante 49% ancora oggi non lavora e quindi non ha contribuzione. Secondo l’Inps, il 18% delle donne italiane non ha diritto a una pensione, 2,5 milioni ricevono un’integrazione al minimo e oltre 600mila (circa l’8,5%) una maggiorazione sociale per raggiungere il reddito pensionistico minimo vitale. Considerato che le donne over 65 sono circa 7 milioni, tutto sommato significa che il 60% delle donne senior, se non necessariamente in ristrettezze, non può comunque contare sull’autonomia economica.


Long Term Care e aumento del costo della vita

Un altro fattore fortemente inflattivo che riguarda il risparmio previdenziale è l’insorgenza (e la durata) di patologie invalidanti che implicano una forte riduzione dell’autonomia e un deciso aumento del costo della vita. In termini generali, quando parliamo di non autosufficienza parliamo del 28% degli over 65, ma se restringiamo l’osservazione agli over 75, età molto più incline alla fragilità, potrebbero essere oltre la metà, 3,8 milioni previsti in crescita a 5,4 milioni per metà secolo, in linea con il previsto quasi raddoppio degli italiani over 80. Il PNRR fa sperare in una maggiore promozione dei servizi di assistenza domestica pubblica agli anziani non autonomi, ma è bene essere consapevoli che stiamo parlando, ad oggi, di una media di 15 ore annue a testa – un’ora e un quarto al mese – per una popolazione pari al 21% delle persone non autosufficienti, mentre il 6% è accolto nelle RSA. Totale 27%. Il resto è sulle spalle della sola famiglia con costi che, secondo l’ultimo rapporto Assindatcolf, sono pari a una spesa media mensile di oltre 1.250 euro per una badante non convivente per 30 ore settimanali; circa 1.445 euro per una badante a tempo pieno convivente; e fino a 1.681 per una baby sitter che lavora 40 ore settimanali.


Possibili soluzioni

Come per molte altre cose, la situazione si può migliorare solo attraverso una mix di interventi: dalla promozione della conciliazione vita/lavoro (flessibilità e asili, nidi, RSA di nuova concezione, servizi di assistenza domestica) per incentivare l’occupazione (e il reddito) femminile, alla promozione, in collaborazione con le imprese, del lavoro senior attraverso formazione e aggiornamento, revisione e flessibilizzazione di orari e mansioni, fino a contratti di lavoro autonomo part time per i pensionati (o in sostituzione degli scivoli pensionistici: metà pensione + metà reddito). Dall’educazione finanziaria delle donne per tutelare la loro autonomia economica, specie in un Paese dove parte una richiesta formale di separazione ogni 5 minuti, a quella di tutti sulla gestione del risparmio previdenziale e della nostra longevità attraverso una maggiore promozione della consulenza, non solo finanziaria. Dalla diffusione delle polizze LTC allo sviluppo di un settore edilizio di adeguamento e ristrutturazione leggera delle case private dei senior italiani per consentire una vita domestica più sicura e confortevole anche da grandi anziani. Fino alla volontà di guardare all’immigrazione come a un’opzione di gestione strategica della demografia, non confondendola con l’accoglienza - doverosa - ai profughi.


Articolo tratto dal numero di We Wealth di giugno 2023

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