Quotarsi in Germania: perché farlo e quanto costa alle imprese

Rita Annunziata
4.11.2022
Tempo di lettura: 3'
Antonello Sanna, amministratore delegato di Scm Sim, spiega come quotarsi in Germania. Mappando anche i principali costi da sostenere

Se una società intende quotarsi su una delle borse regionali tedesche (come quelle di Monaco, Düsseldorf o Stoccarda) deve essere in grado di presentare i risultati di bilancio degli ultimi tre esercizi. E rivolgersi a uno sponsor

I costi principali da sostenere riguardano lo sponsor che si occupa della due diligence (intorno ai 10mila euro in media) e l’eventuale roadshow da organizzare per presentarsi al mercato (50mila euro)

Francoforte, Monaco, Düsseldorf. Ma non solo. Le piccole e medie imprese italiane che ambiscono a una clientela internazionale, in particolare tedesca, possono trovare nella quotazione quello che Antonello Sanna (amministratore delegato di Scm Sim, società di intermediazione mobiliare quotata sul mercato Euronext Growth Milan di Borsa italiana da luglio 2016 e sulla Borsa di Francoforte da giugno 2022) definisce come “un’eccellente modalità per entrare sul mercato”. Con costi più contenuti e una minore burocrazia rispetto ai listini nazionali. Ecco come funziona e quali sono i requisiti da rispettare, in particolare quando si guarda alle borse regionali.


“Il mercato tedesco è profondamente diverso dal nostro”, spiega Sanna. “Innanzitutto, è aperto a tutte le aziende ragionevolmente solide perché l’idea di fondo è che qualsiasi imprenditore - a prescindere dalla sua dimensione - possa quotarsi”. Nel dettaglio, precisa l’esperto, per quotarsi sul Xetra (mercato telematico del Frankfurt Stock Exchange, la borsa tedesca con sede a Francoforte) valgono gli stessi requisiti di Borsa Italiana. Se invece una società intende quotarsi su una delle borse regionali (come Monaco, Düsseldorf o Stoccarda) deve unicamente essere in grado di presentare i risultati di bilancio degli ultimi tre esercizi. E rivolgersi a uno sponsor, una sim, una banca o un broker che si occupi della due diligence, invii i dati alla BaFin (la Consob tedesca) e provveda alla quotazione. “È insomma un processo di gran lunga meno burocratico di Borsa Italiana”, osserva Sanna. E anche meno costoso.


“La logica in Italia è avere sempre una sorta di tassa. Loro, invece, guadagnano sulle transazioni evitando di creare una sorta di imbarazzo all’ingresso. Mettendo in fila i costi, in Italia ci sono quelli relativi allo specialist (l’operatore che si impegna a sostenere la liquidità degli strumenti finanziari esponendo continuativamente sul mercato proposte in acquisto e in vendita, come spiegato sul sito di Borsa Italiana, ndr) che si aggirano intorno ai 30mila euro in media; al nomad (responsabile della valutazione dell’appropriatezza di un emittente ai fini della quotazione, ndr) per una cifra che oscilla tra i 30 e i 40mila euro; e infine la fee da versare a Borsa Italiana”, racconta Sanna. 


Diverso è il caso della Germania, dove i costi principali evidenziati dal ceo riguardano lo sponsor che si occupa della due diligence (intorno ai 10mila euro in media) e l’eventuale roadshow che un’azienda può organizzare per presentarsi al mercato con una serie di eventi e speaker di rilievo (50mila euro circa). Successivamente alla quotazione, non ci sono ulteriori costi da sostenere, a meno che l’azienda stessa non decida di farsi affiancare da uno specialist per fare liquidità, per un costo che si avvicina ai 10mila euro a fronte dei 30mila euro italiani sopracitati.


“Se fossi una piccola azienda italiana che si occupa di metalmeccanica e avessi l’ambizione di rivolgermi a una clientela tedesca, credo che la quotazione sia un’eccellente modalità per entrare sul mercato e farsi conoscere”, dichiara in definitiva Sanna. “E lo stesso vale per chi si occupa delle eccellenze del made in Italy, come le valvole industriali per Piacenza o i tubi degli oleodotti per Bergamo, per esempio. Ci sono alcune parti del processo industriale in cui le piccole e medie imprese italiane spiccano. Ma anche il fashion. Puntare su questi settori può essere un buon viatico per posizionarsi sul mercato tedesco e aprirsi a una nuova fetta di clientela”.

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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