Capitale “ibrido” come leva per il rilancio delle pmi italiane

Rita Annunziata
25.11.2022
Tempo di lettura: 3'
Gli esperti intervenuti in occasione di un convegno organizzato da Anthilia Sgr spiegano perché investire nel capitale ibrido. Analizzando l’andamento (anche in termini di probabilità di default) delle pmi italiane

Il rischio di default delle imprese italiane si aggira attualmente intorno al 5,68%. Un dato in leggero calo rispetto al 5,71% di dicembre 2021 ma che potrebbe spingersi al 5,91% a giugno 2023

Andrea Nuzzi, head of corporate and financial institutions di Cdp: “Perché uno strumento ibrido? Perché in un contesto di questo tipo la struttura patrimoniale delle aziende italiane si deve rafforzare”

L’industria manifatturiera italiana, stando ai dati presentati da Alessandra Benedici (principal di Prometeia intervenuta in occasione del convegno Capitali pubblici e privati: nuovo ecosistema per le pmi organizzato da Anthilia Sgr) ha conosciuto un avvio d’anno più brillante delle attese che le consentirà di archiviare il 2022 con un aumento dell’attività del 2,1% nonostante la frenata in atto. In questo scenario il rischio di default delle imprese italiane nel loro complesso, calcolato in una nuova analisi di Cerved Rating Agency, si aggira attualmente intorno al 5,68%. Un dato in leggero calo rispetto al 5,71% di dicembre 2021 ma che, complice la crisi geopolitica, potrebbe spingersi al 5,91% a giugno 2023 fino a toccare picchi del 6,29% o del 7,97% negli scenari peggiori. Ecco perché, secondo gli esperti, è giunta l’ora di investire nel capitale ibrido (strumenti al confine tra il debito e l’equity) per il rilancio delle pmi tricolori.


“Il primo motivo per cui riscontriamo un elemento di grande interesse è dato dall’esplosione dei dati relativi all’evoluzione delle garanzie pubbliche nel mercato italiano”, osserva Andrea Nuzzi, head of corporate and financial institutions di Cdp. Se nel 2018 l’ammontare delle garanzie pubbliche a supporto delle imprese italiane si aggirava intorno ai 65 miliardi di euro, spiega, oggi si parla di 250 miliardi sulle pmi e 35 miliardi sulle medie-grandi aziende. Il secondo aspetto da considerare, continua Nuzzi, è la decrescita dello stock di credito degli ultimi anni: all’inizio del 2010 si parlava di 890 miliardi di euro che si confrontano con i 160 miliardi di euro attuali. “Il terzo aspetto riguarda infine il settore bancario italiano, che nel 2010 era caratterizzato da 75 gruppi e 140 banche individuali mentre oggi si contano 155 gruppi e 95 banche. La concentrazione dei primi quattro player sul mercato 10 anni fa era al 60%, oggi è al 75%. Quindi abbiamo assistito a una rarefazione del credito e un allontanamento della banca dai territori”.


“Perché uno strumento ibrido quindi? Perché in un contesto di questo tipo la struttura patrimoniale delle aziende italiane si deve rafforzare”, continua Nuzzi. “Sappiamo che in Italia l’intervento in equity non è particolarmente apprezzato dall’imprenditore, ma quando le operazioni garantite inizieranno ad andare in ammortamento e arriveranno le prime avvisaglie di difficoltà di rimborso, gli strumenti ibridi saranno essenziali”. Lato impresa, secondo l’esperto, dovrà conseguentemente evolversi il ruolo dei chief financial officer che “dovranno tornare alla caccia all’approvvigionamento di nuovo denaro”, ricorrere a una maggiore patrimonializzazione e puntare appunto su strumenti al confine tra debito e equity.


Strumenti rispetto ai quali, secondo Nuzzi, si osserva un’inefficienza del mercato sotto due fronti. Innanzitutto, in relazione al mondo dell’asset management. “Ci sono pochi operatori che fanno capitale ibrido”, spiega Nuzzi. “Quindi Cdp deve supportare il lancio di un nuovo mercato e la creazione di team con rilevanti competenze che sappiano affrontarlo. La seconda inefficienza riguarda infatti proprio le competenze. Abbiamo notato un gap molto forte in termini di numero di professionisti sulla gestione di turnaround e sulla capacità di strutturare operazioni in capitale ibrido”.


In questo contesto, interviene Alessandro Decio (amministratore delegato e direttore generale di Banco Desio e della Brianza) la banca del territorio ha il compito di affiancarsi alle piccole e medie imprese per aiutarle nello sviluppo dell’azienda stessa sia con la finanza che nella gestione del rischio e del risparmio. Un supporto che passa anche dallo sviluppo del mercato di capitali. “Abbiamo sempre detto che le aziende italiane sono di piccola dimensione. Oggi questo non rappresenta più un limite”, osserva Decio. “Anzi, in tempi di volatilità come questi, essere più piccoli ed essere internazionali rappresenta un pregio, non un difetto. Ma solo se si sviluppa anche un mercato di capitali per le pmi potremmo davvero supportarle in questo processo di rafforzamento”. 


Dello stesso avviso anche Giovanni Landi, presidente di Anthilia Holding e co-founder di Anthilia Sgr, che ricorda come il tessuto imprenditoriale italiano si componga di realtà esportative. Tornando ai dati di Prometeia, negli ultimi 10 anni le imprese manifatturiere hanno conosciuto un rafforzamento della patrimonializzazione, degli investimenti e anche della propensione al brevetto. Tutti aspetti che hanno innescato un guadagno di quote sui mercati mondiali e un miglioramento della propensione all’export, con la quota di export sul fatturato passata dal 36% del 2010 al 47% del 2021. “A maggior ragione devono essere aiutate con un mercato dei capitali efficiente, che sta iniziando a svilupparsi in Italia ma che ha bisogno ancora di compiere ulteriori passi in avanti”.

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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