I 4 motivi per cui le pmi temono lo sbarco in Borsa

Rita Annunziata
1.6.2021
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A frenare la quotazione in Borsa, nel 35% dei casi, è la trasparenza. Ma anche le spese relative. Livolsi & Partners: “Servono agevolazioni fiscali per superare queste resistenze”

A fine 2020 la capitalizzazione complessiva delle società quotate a Piazza Affari è scivolata a 607 miliardi, dai 651 miliardi dell’anno precedente

Secondo Ubaldo Livolsi, è necessario attivare un sistema di agevolazioni fiscali, anche per far confluire il risparmio interno nel capitale delle aziende italiane

La quotazione in Borsa, secondo gli esperti, potrebbe rappresentare una via privilegiata per il rafforzamento del capitale nell'era post-covid. Favorendo anche l'approccio con gli investitori, pubblici e privati. Eppure, le piccole e medie imprese continuano a temere lo sbarco. Secondo un'analisi di Livolsi & Partners condotta su un campione di circa 40 aziende con un fatturato sui 900 milioni annui, il 35% cita la trasparenza come la principale causa dietro questo gap, vale a dire il timore di rendere pubblici i propri report. Ma non è l'unica ragione.
Per il 30% a frenare lo sbarco in Borsa è la scarsa predisposizione a condividere obiettivi e risultati, confrontandosi periodicamente con investitori e rappresentanti terzi nei consigli di amministrazione. Il 25%, invece, cita la mancanza di una struttura manageriale esterna (considerando che la presenza nei ruoli apicali è unicamente parentale) e il 10% le spese di quotazione, che assorbono mediamente una forbice compresa tra il 5 e il 15% del controvalore dell'offerta. A confermare la tendenza anche gli ultimi dati di Borsa Italiana, secondo i quali a fine 2020 la quotazione complessiva delle società quotate a Piazza Affari è scivolata a 607 miliardi di euro, contro i 651 miliardi dello scorso anno. Dall'altra parte dell'Oceano, invece, Wall Street ha chiuso un anno record, con un valore delle ipo (initial public offering) sui 435 miliardi di dollari.
Certo, ricordano gli esperti di Livolsi & Partners, non bisogna dimenticare che nell'ultimo biennio la capitalizzazione delle aziende quotate su Aim Italia (l'indice della Borsa di Milano dedicato alle piccole e medie imprese ad alto potenziale di crescita) è balzata di oltre il 70%. Inoltre, stando alle previsioni di Banca d'Italia, le pmi tricolori che potrebbero fare il loro ingresso in Borsa sono oggi ben 2mila. “Le nostre aziende sono abituate a risolvere i loro problemi finanziari tramite l'indebitamento bancario. Una situazione destinata a cambiare grazie ai processi di M&A, ai fondi di private equity, a tutti quegli strumenti come minibond, private debt, pir (piani individuali risparmio) e, in prima istanza, alla quotazione in Borsa”, osserva Massimo Bersani, managing partner di Livolsi & Partners e responsabile delle operazioni di finanza straordinaria. “L'imprenditore deve essere il primo a capitalizzare la propria azienda se vuole che gli altri investitori, pubblici e privati, e le banche lo seguano nel suo progetto”, spiega, ricordando però come il ricorso all'indebitamento da parte delle imprese sia “diminuito anche a seguito delle fusioni e concentrazioni avvenute nel settore bancario”.
“Solo organizzazioni forti a livello patrimoniale possono investire nei tre punti chiave che la competitività globale richiede: capitale umano, internazionalizzazione e tecnologia”, aggiunge Ubaldo Livolsi, presidente della società, già ceo di Fininvest e fautore della quotazione in Borsa di Mediaset e Mediolanum. “Il contesto è favorevole. Il Piano nazionale ripresa e resilienza è un disegno di 248 miliardi, tra 191 di Next Generation Eu e altri stanziati dal governo, che dovrebbe rimettere in carreggiata l'Italia. È però necessario attivare un sistema di agevolazioni fiscali per superare le resistenze tra le pmi alla quotazione e favorire il risparmio interno a confluire nel capitale delle aziende nazionali”, conclude l'esperto.
Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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