Altro che Recovery permanente: l'idea di due economisti del Mes

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Il Recovery non è eterno: per aiutare la ripresa dei Paesi Ue colpiti da choc esogeni il Mes ha in mente qualcosa di molto più frugale

La condivisione dei rischi fra i vari Paesi membri sarebbe limitata perché il fondo opererebbe solo sotto forma di prestiti (che vengono comunque restituiti con gli interessi) a fronte di valutazioni sulla sostenibilità e dunque sulla capacità di restituzione del Paese che si indebita

Se l'economia dei Paesi membri europei marcia a velocità differenti, ciò può avvenire per molte ragioni. Qualche volta, accade perché in uno o più Paesi si sono verificate condizioni avverse specifiche, che non hanno colpito gli altri membri dell'Ue. Nel gergo economico si chiamano choc asimmetrici e, al momento, non esiste uno strumento comunitario permanente che ne mitighi l'impatto. 

Per alcuni, il Recovery fund rappresenta l'embrione di una capacità fiscale comune di questo tipo, anche perché sarà più generoso proprio verso quei Paesi più danneggiati dalla pandemia. Tuttavia, è uno strumento straordinario, dalla scadenza programmata e che per molti Paesi non rappresenta un modello per tempi “normali”

Due economisti del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il tanto vituperato Fondo Salva-stati, hanno avanzato una proposta per riempire questa lacuna: un Fondo di stabilità abbastanza agile dal punto di vista della condivisione dei rischi fra i vari membri che, anche per questo, probabilmente incontrerà più consensi fra i Paesi del Nord Europa.  

Come funzionerebbe il nuovo Fondo di stabilità 

Il Fondo di stabilità proposto dagli economisti Florian Misch e Martin Rey prevede l'erogazione di fondi solo sotto forma di prestiti (niente trasferimenti a fondo perduto) alle stesse condizioni di tasso agevolato previste dal Mes. In questo modo il Paese potrebbe finanziarsi pagando interessi più bassi rispetto a quelli di mercato

Tuttavia, il credito potrebbe essere richiesto solo se il Paese rispetta determinate condizioni, volte ad assicurare che la situazione di crisi non sia auto-inflitta da errori di politica economica. 

L'ammissibilità richiederebbe che il debito pubblico di un Paese sia considerato sostenibile e che il Paese non sia soggetto a una procedura per deficit eccessivo, a una procedura per squilibri interni o a un programma di aggiustamento macroeconomico”, hanno spiegato gli autori. Sono criteri che in parte assomigliano a quelli già in uso per il Mes. La principale differenza fra il nuovo fondo e la linea di credito dello stesso Mes starebbe nei criteri di attivazione. Il cosiddetto Fondo Salva-stati infatti, è stato creato per aiutare i Paesi i cui tassi d'interesse siano saliti su livelli potenzialmente insostenibili a causa di una perdita di fiducia da parte dei mercati. La sua funzione anti-default, sotto questo aspetto, è paragonabili a quella svolta dal Fondo monetario internazionale. Il Fondo di stabilità, invece, entrerebbe in azione come strumento per sostenere la ripresa economica dei Paesi che hanno subito un choc, in seguito a una valutazione caso per caso “di esperti e/o su indicatori quantitativi, compresi quelli basati sulla disoccupazione”.

Quanto agli aspetti tecnici del fondo, Misch e Rey, sostengono che i prestiti del Fondo avrebbero una durata massima di dieci anni, con una possibilità di richiedere una somma non superiore al 4% del Pil e una dotazione complessiva da 250 miliardi. “I prestiti non sarebbero destinati a scopi specifici per evitare ritardi in tempi di crisi”, hanno proseguito i due economisti, “come forma di salvaguardia, dovrebbero essere utilizzati per rafforzare la stabilità macroeconomica attraverso misure fiscali appropriate e operazioni di gestione del debito che escludano un evidente abuso di risorse pubbliche”. 


Le condizioni poste per poter accedere a questi prestiti agevolati, secondo gli autori, incoraggerebbero i governi a non violare i parametri di sostenibilità, riducendo il problema dell'azzardo morale. Ossia, il rischio di incoraggiare politiche economiche avventurose perché, se si mette male, i governi nazionali potrebbero contare in un salvataggio a livello europeo. Al tempo stesso i parametri del Fondo non costituirebbero un obbligo, ma solo un incentivo: se si sfora, ci si finanzia solo sui mercati (come avviene oggi, al netto del Recovery).

La condivisione dei rischi fra i vari Paesi membri sarebbe limitata perché il fondo opererebbe solo sotto forma di prestiti (che vengono comunque restituiti con gli interessi) a fronte di valutazioni sulla sostenibilità e dunque sulla capacità di restituzione del Paese che si indebita. Questo renderebbe il Fondo particolarmente gradito dai Paesi più ricchi e meno soggetti a crisi: difficilmente si troverebbero nella posizione di dover finanziare indirettamente le inefficienze degli altri Paesi membri.

Ma la proposta difficilmente convincerà i promotori della cosiddetta “Europa della solidarietà” che il Recovery fund (e più in generale il Next Generation Eu) avrebbero inaugurata. L'assenza di trasferimenti diretti fra Paesi, ma il solo risparmio sugli interessi sul debito probabilmente non allontanerà quella sensazione di essere sempre sotto lo sguardo vigile di “esperti” esterni che hanno in mano il potere di sbloccare fondi a chi, in quel momento, ne avrebbe bisogno. 


Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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