Quali reti e banche (non) danno spazio alle donne: l'indagine

Rita Annunziata
6.10.2022
Tempo di lettura: 5'
Aumenta il numero di donne tra consulenti e banker, ma rimane un gap da colmare. Come? Alma Foti (Anasf) e Antonella Massari (Aipb) commentano i risultati dell’Osservatorio sul wealth management al femminile, la prima indagine annuale realizzata da We Wealth che ha coinvolto un campione di 20 operatori tra private bank, reti di consulenza, banche commerciali e asset manager

Continua a scorrere a rilento il countdown della parità di genere nel wealth management. Eppure, le donne si sentono più preparate quando si tratta di collaborare con altri professionisti su aspetti extra-finanziari. E si attendono di crescere velocemente in diversi ambiti

Secondo l’ultima relazione annuale Ocf, nel 2021 le donne iscritte nella sezione dei consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede dell’albo unico rappresentavano il 22,1%. Le private banker raggiungevano il 23% nel 2020 per Aipb

Le banche private dovrebbero fornire supporti sia in termini di aggiornamento professionale che di strumentazione digitale. Anche considerando la propensione delle professioniste verso i social

Quando si parla di consulenti finanziarie, Azimut (24%), Sanpaolo Invest (22,90%) e Banca Generali (22%) ospitano la percentuale maggiore di professioniste. Per le private banker, invece, si distinguono Poste Italiane (65%), Intesa Sanpaolo Private Banking (31,30%) e Credito Emiliano (31,20%). Alma Foti (vicepresidente di Anasf) e Antonella Massari (segretario generale di Aipb) commentano alcuni risultati del primo Osservatorio sul weath management al femminile: un'indagine annuale realizzata da We Wealth, che ha coinvolto un campione di 20 operatori del settore tra banche private, reti di consulenza, banche commerciali e asset manager (Allianz Bank Financial Advisors, Anima Sgr, Azimut, Banca Generali, Banca Widiba, Banco Bpm, Bnl-Bnp Paribas, Crédit Agricole Italia, Credito Emiliano, Eurizon Capital Sgr, Fideuram, FinecoBank, Finint Private Bank - ex Banca Consulia, Generali Investment Partners Sgr, Intesa Sanpaolo, Intesa Sanpaolo Private Banking, IW Sim, Poste Italiane, Sanpaolo Invest e Ubs Global wm) analizzando non solo la percentuale di donne ai vertici, ma anche le principali iniziative adottate per affrontare i gender gap e i servizi dedicati alla clientela femminile.


Consulenti e private banker: la mappa aggiornata

“Come dimostra l’ultima relazione annuale dell’Organismo di vigilanza dei consulenti finanziari (Ocf), nel 2021 le donne iscritte nella sezione dei consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede dell’albo erano in aumento del 2,4% rispetto al 2020”, racconta Foti. “È importante però sottolineare che siamo partiti da una storia prettamente maschile: si parlava di una rappresentanza del 16% nel 2009 mentre oggi rappresentiamo il 22% del totale. Un progresso, seppur minimo”. L’inchiesta condotta da We Wealth tra maggio e giugno vede infatti Azimut superare la media Ocf con il 24% di consulenti al femminile, affiancata da Sanpaolo Invest con il 22,9%. 


Nel caso delle banche private, il 65% delle banker di Poste Italiane è donna. Per Intesa Sanpaolo Private Banking si parla del 31,30%, mentre Credito Emiliano (le cui informazioni riportate riguardano la banca commerciale nel suo complesso e non comprendono invece Banca Euromobiliare) vanta il 31,2% dei private banker dipendenti donne. Secondo l’ultima indagine di Aipb su circa 2.100 private banker (con riferimento solo alle reti e non alle strutture centrali) le donne che ricoprivano tale ruolo rappresentavano il 23% nel 2020.


“Gli atteggiamenti di tutti gli attori del settore cominciano a cambiare”, osserva infatti Foti. “Si toccano con mano i primi segnali, ma il percorso è ancora lungo. Le lavoratrici oggi rimangono nella situazione in cui devono dimostrare sempre qualcosa, in quanto si tende a guardare ciò che siamo capaci di fare, come se fossimo sempre sotto verifica, mentre dei colleghi nostri pari si tende a valorizzare la loro progettualità. Rimangono inoltre una serie di stereotipi da abbattere che appartengono proprio al genere femminile. Il percorso di consapevolezza non è banale, basti pensare alla remora femminile nell’autocandidatura”. 


In questo contesto, interviene invece Massari, le banker sono in realtà molto simili ai colleghi uomini: 50 anni in media, quasi la metà con un titolo di laurea, in ruolo da quasi 15 anni e arrivano soprattutto da esperienze di filiale come gestori di clientela affluent. “Tuttavia, operano quotidianamente valorizzando aspetti differenti del servizio private, ad esempio dando più importanza rispetto agli uomini all’identificazione dei bisogni del cliente e riconoscendo nella consulenza sul patrimonio nel suo complesso l’unico servizio adatto alla clientela private”. Consapevoli di queste priorità, nello svolgimento della professione si sentirebbero più preparate rispetto ai colleghi quando si parla di lavoro in team o di collaborare con altri professionisti su aspetti extra-finanziari, si percepiscono più flessibili e aperte al cambiamento e si valutano più competenti anche nella comunicazione, nell’uso di linguaggi non tecnici e nella formazione dei clienti. 


Inoltre, aggiunge Massari, gli ambiti in cui si attendono di crescere velocemente e di raggiungere i colleghi sono principalmente due: acquisire più competenze nella gestione dei clienti imprenditori, spingendosi oltre ai temi successori e contribuendo per esempio a sviluppare operazioni più articolate di corporate finance; e rinnovare il proprio bagaglio di competenze per sviluppare nuove relazioni e ampliare il numero di clienti in portafoglio, anche attraverso la gestione della propria presenza professionale sui social.


“Si tratta di un’interpretazione moderna del proprio ruolo di consulente, per agevolare la quale l’impresa può fornire supporti sia in termini di aggiornamento professionale che di strumentazione digitale”. Secondo Foti, invece, le reti di consulenza dovrebbero enfatizzare di più gli esempi femminili nei ruoli strategici utili alla diffusione della professione, anche per attrarre nuovi talenti. “Tenendo conto del valore delle competenze e non facendone una questione di quote di genere da raggiungere”. 


Donne nel board: gli effetti della Golfo-Mosca

Se si guarda ai Cda, in Banca Widiba il consiglio si compone per il 43% da donne, sebbene non soggetta alla legge 120 del 2011 (“Golfo-Mosca”) che oggi impone la presenza di una quota del 40% del “sesso meno rappresentato” all’interno del board per le società quotate e a controllo pubblico. Superano i requisiti di legge anche le quotate FinecoBank (55%), Poste Italiane (44,4%), Banca Generali (44%) e Azimut (44%). Nel caso di Ubs Global wm, tre membri su sette del board di Ubs Europe a Francoforte sono donne. Per le divisioni non quotate che non sono tenute ad adeguarsi alla Golfo-Mosca, le percentuali scivolano al 33% per Crédit Agricole Italia, 23% per Bnl-Bnp Paribas e 18% per Fideuram, Sanpaolo Invest, IW Sim e Intesa Sanpaolo Private Banking (a fronte del 42% della capogruppo, quotata, Intesa Sanpaolo). “Questo evidenzia come talvolta si assolva il compito in funzione degli obblighi del legislatore. Bisogna traslare il discorso sulle competenze, esaminando i talenti delle persone”, osserva Foti. Poi conclude: “Solo allora si potrà raggiungere un’effettiva inclusione, che valorizzi tutti i ruoli manageriali. In particolare quelli ricoperti dalle donne”.


(Articolo tratto dal magazine We Wealth di settembre 2022)

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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