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Cambiamento climatico: 5 aziende italiane (+1 banca) al top | WeWealth

Cambiamento climatico: 5 aziende italiane (+1 banca) al top

Rita Annunziata
16.12.2022
Tempo di lettura: 3'
Intesa Sanpaolo è l’unica banca italiana nella top300 delle migliori aziende a livello globale per trasparenza e performance nel contrasto al cambiamento climatico. Presenti anche altre cinque società quotate

Oltre 330 aziende, per un valore di quasi 11mila miliardi di dollari di capitalizzazione, sono state riconosciute come leader mondiali per trasparenza e performance in materia di cambiamento climatico, foreste e sicurezza idrica

Intesa Sanpaolo è l’unica banca italiana inserita nella Climate change “A list” di Cdp, che le ha riconosciuto la trasparenza della comunicazione, la gestione dei rischi ambientali e la dimostrazione di best practice associate alla leadership ambientale

Intesa Sanpaolo è l’unica banca italiana a guadagnare un posto nella top300 delle migliori performer a livello globale nella lotta al cambiamento climatico. Una lista, quella elaborata da Carbon disclosure project (Cdp), che raggruppa i player che si sono distinti per trasparenza e risultati nel cammino verso un futuro a zero emissioni. Evidenziando al contempo una fetta di 29.500 aziende (tra cui Aramco, Tesla, Berkshire Hathaway, Exxon Mobil e Chevron) che non rispondono alle richieste di informazioni dei loro investitori mentre l’entrata in vigore della Corporate sustainability reporting directive (Csrd) alimenta la fame di trasparenza.


Oltre 330 aziende, per un valore di quasi 11mila miliardi di dollari di capitalizzazione, sono state riconosciute come leader mondiali per trasparenza e performance in materia di cambiamento climatico, foreste e sicurezza idrica. Di queste, 283 si sono distinte sul fronte del climate change, tra cui appunto Intesa Sanpaolo. Cdp, si legge in una nota diffusa dalla banca, ha riconosciuto a Intesa Sanpaolo “la trasparenza della comunicazione, la gestione dei rischi ambientali e la dimostrazione di best practice associate alla leadership ambientale, tra cui la definizione di target ambiziosi e significativi”. Un riconoscimento, continua l’istituto guidato da Carlo Messina, che fa seguito alla recente conferma dell’inclusione negli indici finanziari Dow Jones Sustainability World Index e Dow Jones Sustainability Europe Index. Nella “Cdp A list 2022” anche altre cinque quotate italiane, vale a dire Brembo, Enel, Erg, Italgas e Stm.


L’organizzazione non profit che fornisce un sistema globale di misurazione e divulgazione di informazioni relative all’impatto ambientale utilizzando una metodologia indipendente ha infatti premiato quest’anno ben 147 aziende europee in materia di cambiamento climatico (139), foreste (15) e sicurezza idrica (29), vale a dire il 44% dell’intera “A list” globale. In particolare, il 20% ha sede nel Regno Unito (29 aziende), seguito da Francia (con 24 aziende), Spagna (17) e Germania (15). Inoltre, otto delle 12 aziende che a livello mondiale hanno ottenuto una tripla A hanno sede in Europa: Beiersdorf, Danone, Firmenich, Lenzing, L'Oréal, Lvmh, Metsä Board Corporation e Upm-Kymmene Corporation.


“In un anno di crescenti preoccupazioni ambientali in tutto il mondo, la necessità di un cambiamento trasformativo, urgente e collaborativo è più critica che mai”, osserva Dexter Galvin, global director of corporations & supply chains di Cdp. “La divulgazione ambientale è il primo passo fondamentale verso un futuro a zero emissioni, ma non possiamo ignorare che le aziende della A list rappresentano una minoranza. La maggior parte di esse, inoltre, non gestisce ancora tutte le questioni ambientali in modo olistico e troppe non rispondono affatto”. Se infatti oltre 280 aziende a livello mondiale hanno ottenuto una A per le loro informazioni sul cambiamento climatico (in crescita del 34% rispetto al 2021), i progressi restano lenti su deforestazione (+4% sul 2021) e sicurezza idrica (-12,7%). 


Tra l’altro, come anticipato, oltre 29.500 aziende con una capitalizzazione di mercato di almeno 24.500 miliardi di dollari hanno ottenuto una F per non aver risposto alle richieste di divulgazione dei loro investitori e clienti o per aver fornito informazioni insufficienti. Il 59% delle imprese ha infine ottenuto un punteggio compreso tra D e C, il che significa che sono solo all’inizio del loro percorso di divulgazione. Eppure, la richiesta di trasparenza da parte del mercato è in crescita. In vista dell’entrata in vigore della Csrd, approvata in via definitiva dal Consiglio europeo nella giornata del 28 novembre, oltre 680 investitori con più di 130mila miliardi di dollari di asset e 280 grandi consumatori con 6.400 miliardi di dollari in termini di capacità di spesa hanno richiesto a migliaia di aziende di divulgare le proprie informazioni. Il risultato è stato un record di 18.700 divulgazioni aziendali, in crescita del 233% dal 2015, anno della stipula dell’Accordo di Parigi.

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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