Candriam, nuove coordinate per l'asset management di domani

Pieremilio Gadda
Pieremilio Gadda
23.6.2020
Tempo di lettura: 5'
L'obiettivo di chi si occupa di gestione del risparmio è sempre lo stesso: consegnare valore agli investitori finali. Ma il modo in cui i money manager lo perseguono è mutato radicalmente negli ultimi 10 anni. Matthieu David, head of Italian branch di Candriam, traccia le prospettive future di un'industria che cambia

L'innovazione nell'industria porta a cambiare le lenti con cui si prendono decisioni d'investimento. I confini geografici svaniscono, per lasciare spazio a temi capaci di consegnare valore

Le competenze dei money manager evolvono: prima ai gestori si chiedeva di essere soprattutto bravi analisti finanziari. Oggi devono essere degli specialisti

Mettere a fuoco le nuove opportunità d'investimento significa anche utilizzare filtri aggiuntivi, come nel caso dei fattori Esg

Vista da lontano, l'industria del risparmio gestito potrebbe sembrare immobile, sempre uguale a se stessa. O quanto meno un comparto a basso tasso d'innovazione. In definitiva l'obiettivo di chi fa il gestore dei patrimoni altrui non è cambiato negli ultimi 10 o 20 anni: consegnare valore agli investitori finali. E gli strumenti prediletti rimangono, con varianti più o meno sofisticate, i fondi comuni: cioè panieri di azioni e obbligazioni. “La verità è che il modo in cui i money manager cercano di realizzare quell'obiettivo è cambiato radicalmente negli ultimi anni”, osserva Matthieu David, head of Italian branch di Candriam, società di gestione del risparmio con asset pari a 130 miliardi di euro.
Un esempio facile: ieri l'industria interpretava le opportunità d'investimento prevalentemente in termini di allocazione geografica, ragionando per compartimenti stagni: Asia, Usa, Europa. “Oggi il modo in cui i gestori guardano a quelle stesse aree è differente, perché riflette la consapevolezza delle infinite connessioni e interconnessioni che esistono tra le diverse regioni. Analogamente, i money manager utilizzando strumenti di analisi più precisi, guardano alla singola azienda da una pluralità di prospettive. Pensiamo alla digitalizzazione: un fenomeno così pervasivo da interessare pressoché ogni settore e industria. Il posizionamento di un'azienda su questo tema influenza inevitabilmente anche l'analisi sulla qualità del suo modello di business”.
Non solo. L'innovazione nell'industria porta a cambiare le lenti con cui si mettono a fuoco le opportunità d'investimento. Proprio perché sui mercati finanziari i confini geografici spesso svaniscono, per dare valore si tende a ridimensionare l'enfasi sulla provenienza geografica delle aziende, per sintonizzarsi sui temi capaci di influenzare maggiormente la società, l'economia globale, il mondo del business e dei consumi, su orizzonti di ampio respiro.

“Un esempio su tutti: l'invecchiamento della popolazione globale. Un fenomeno così potente da non poter essere ignorato in qualsivoglia strategia d'investimento”, chiosa David. Cambia l'approccio, evolvono anche la figura del money manager e soprattutto le sue competenze. “Prima ai gestori si chiedeva di essere soprattutto bravi analisti finanziari. Oggi devono essere degli specialisti, perché solo avendo competenze specifiche possono essere in grado di comprendere e anticipare determinati trend: non è un caso se nel team azionario globale da tempo abbiamo accolto professionisti che sono Cfa, analisti finanziari, ma anche medici: portatori, quindi, di un background che è essenziale per gestire strumenti come il nostro fondo specializzato sul settore dell'oncologia”.

Mettere a fuoco le nuove opportunità d'investimento significa anche utilizzare filtri aggiuntivi. Il caso tipico è quello della finanza sostenibile che integra l'analisi finanziaria tradizionale con quella dei fattori Esg (environmental, social, governance). Un approccio che consente di identificare le società meglio attrezzate a gestire rischi di natura extra-finanziaria - le meno esposte, quindi, a possibili sanzioni dei regolatori, problemi reputazionali e controversie con i vari portatori di interesse che potrebbero inficiare i risultati aziendali. Ammesso però che tale integrazione sia realizzata in modo sostanziale, e non come una banale scorciatoia, con finalità di marketing.

“Se è fatto con convinzione, in modo strutturato, investire in modo sostenibile implica una revisione dei processi, che devono includere i fattori Esg”, spiega David. “Questo approccio implica aprire la gestione a una visione sempre più ampia, prospettica e approfondita della singola azienda, della quale non si può prendere in esame soltanto il bilancio e gli orizzonti di breve termine del conto economico, ma anche la capacità di interpretare lo sviluppo del business senza creare conflitti con i vari stakeholder, dai dipendenti alla catena dei fornitori, fino alle comunità locali”.

Se questo è vero, a tendere l'integrazione tra analisi finanziaria e Esg dovrebbe diventare la norma, abbracciando l'intero patrimonio gestito dai fondi. “Sarà così per gli asset manager che hanno compreso come questo approccio implichi una straordinaria opportunità: quella di far convergere il capitale degli investitori verso le aziende più virtuose”, conclude David. “In questo modo, la finanza può concretamente esercitare un impatto positivo sul mondo che la circonda”.

 
Direttore del magazine We wealth direttore editoriale della redazione di We Wealth. Nato a Brescia, giornalista professionista, è laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. Nel passato ha coordinato la redazione di Forbes Italia e Collabora anche con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza.

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