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L’inflazione britannica resterà elevata a lungo, ecco perché | WeWealth

L’inflazione britannica resterà elevata a lungo, ecco perché

Matilde Sperlinga
26.5.2023
Tempo di lettura: 3'
L’inflazione del Regno Unito rallenta, ma meno del previsto. T. Rowe Price ritiene che si va verso una divergenza delle attese sull’inflazione di lungo periodo per area euro e Regno Unito

L’inflazione non sembra mollare la presa oltremanica e gli ultimi dati non sono stati confortanti per la Bank of England (BoE). L’inflazione di aprile, secondo il report mensile dell’Office of National Statistics, è scesa all’8,7% annuo dal 10,1% di marzo, risultando ancora una volta superiore alle attese (consensus analisti indicava un calo all’8,2%). Se si va ad analizzare l’inflazione core, esclusi cioè i beni energetici e alimentari, questa è aumentata raggiungendo il 6,8%, il livello più elevato da oltre 30 anni (marzo 1992) rispetto al 6,2% dei due mesi precedenti.


L’inflazione non molla la presa

Dopo un autunno/inverno con temperature molto rigide, più nei portafogli che per le strade, i prezzi del gas sono scesi bruscamente e sia l’area euro che il Regno Unito hanno beneficiato di una discesa dell’inflazione legata ai prezzi energetici. “Tuttavia – spiegano gli esperti di T. Rowe Price – i fattori che determinano l’inflazione non sono i prezzi del gas. L’inflazione, in particolare quella dei servizi, è determinata anche dalla crescita dei salari locali, una funzione della domanda e dell’offerta sul mercato del lavoro”.


I picchi oltre 30 anni raggiunti dall'inflazione di fondo trovano come causa principale il forte aumento dei prezzi dei servizi (+6,9% su un anno contro il 6,6% di marzo), trainato dai prezzi del settore tempo libero, delle comunicazioni e dei trasporti. Questi sono quindi segnali di un'inflazione ancora ben radicata e di fronte a queste cifre la BoE potrebbe decidere continuare ad aumentare i tassi.


Offerta di lavoro come principali fattore inflazionistico

Un fattore che è fondamentale analizzare è il rapporto tra offerta di lavoro, in termini di stipendio medio, e potere produttivo dei dipendenti. “Gli economisti sell-side stanno iniziando a comprendere l’idea che gli squilibri del lavoro sono più importanti del divario di disoccupazione nel determinare l’inflazione salariale”, spiega Tomasz Wieladek, Chief European Economist di T. Rowe Price e, guardando ai dati, è chiara la carenza di manodopera nel Regno Unito. Quindi se è vero che in Gran Bretagna la crescita salariale è molto forte, segnando un +6%/+7%, il lavoratore medio lavora meno rispetto alla controparte europea. Un fattore che non dipende solo dalla crisi attuale del mercato, ma che parte molto prima, con la decrescita degli investimenti che è iniziata in periodo Brexit.


Futuro luminoso? Forse più lontano del previsto

L’opinione comune degli economisti è improntata sull’assunto che entro il 2025 l’inflazione della zona euro e quella del Regno Unito convergeranno nuovamente verso il 2%, tuttavia visti i problemi a lungo termine legati alla Brexit in materia di lavoro e investimenti, il Chief European Economist di T. Rowe Price ritiene molto più probabile che l’inflazione del Regno Unito sorprenda al rialzo rispetto quella dell’area euro.


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