Investimenti in private markets, le implicazioni per i portafogli

Giulia Bacelle
Giulia Bacelle
26.10.2022
Tempo di lettura: 3'
I private markets, termine generico per indicare tutti gli strumenti non quotati in borsa, non sono più quelli di un tempo. Il loro settore si sta infatti trasformando, attirando l’attenzione di nuovi investitori

In sei anni, il raddoppio. È questa la crescita sperimentata dal valore patrimoniale netto totale e liquidità dei fondi del mercato privato, che dai 2,7mila miliardi di dollari del 2006 ha raggiunto i 12,9mila miliardi al 2021 secondo i dati di Pitchbook, società di consulenza e gestione dei dati attiva nel campo dei private markets. Un incremento che non può essere sottovalutato dagli investitori, dato non solo lo stravolgimento dei modelli tradizionali di raccolta di capitali da parte delle aziende, ma anche dalla maturata ampiezza, complessità e influenza che i private markets hanno raggiunto nel corso degli ultimi anni. Tuttavia, alcune domande sorgono spontanee: cosa guida la trasformazione di tali mercati? E come gestire al meglio portafogli orientati a questo settore? A queste rispondono gli esperti di PGIM illustrando per ciascuna domanda 4 fattori, risultato di una ricerca che ha coinvolto le osservazioni di oltre 40 professionisti dell’investimento tra i gestori di strategie alternative private, immobiliari, obbligazionarie e azionarie della società, nonché di accademici, investitori e ricercatori sell-side di spicco. Ecco quanto emerso. 


Private markets, 4 fattori che ne guidano la trasformazione 

1. I prestiti ad alto rischio allontanano le modalità di finanziamento tradizionali 

“Negli ultimi 20 anni, le modifiche alla regolamentazione e i cambiamenti del modello di business hanno portato le banche e diverse società finanziarie che puntano a svincolarsi dai segmenti più rischiosi dei prestiti societari e immobiliari” affermano da PGIM. Secondo la Federal Reserve, infatti, se nel 1980 la quota delle banche che offriva finanziamenti societari era vicina al 70%, nel 2020 tale quota non riusciva a raggiungere il 40%. 

2. I mercati privati attirano gli investitori alla ricerca di reddito e rendimento 

Negli ultimi due anni, gli investitori hanno dovuto ampliare il proprio orizzonte per ricercare attivi capaci di restituire reddito e rendimenti interessanti. Per questo, “la quota mediana degli attivi del mercato privato per i primi 10 maggiori investitori istituzionali attualmente è pari al 23%” continuano dalla società. Secondo la Federal Reserve, inoltre, l’allocation dei fondi pensione statunitensi al real estate e al private equity era pari al 20% nel 2021, rispetto all’8% di vent’anni prima. 

3. Sempre più modelli di business risultano adatti ai mercati privati 

“Alcune aziende possono essere apprezzate e finanziate meglio attraverso i mercati privati. Un esempio è rappresentato dalle aziende leggere, ossia basate su beni immateriali come il software proprietario o altre proprietà intellettuali. Un ulteriore esempio sono le aziende convenzionali di combustibili fossili, che si affidano sempre più ai mercati di capitali privati, dato che alcuni investitori sensibili alle tematiche Esg hanno escluso questo settore dai loro portafogli di investimento”. 

4. Le società rimangono private più a lungo 

“L’età mediana delle aziende al momento della quotazione è più che raddoppiata nel corso degli ultimi venti anni, raggiungendo gli 11 anni. Questa evoluzione è determinata dalla crescente disponibilità di capitale privato nelle diverse fasi di finanziamento (ad esempio, non solo del venture capital, ma anche degli investimenti per la crescita), ma anche dall’onerosità delle informazioni e dei costi della quotazione in borsa, soprattutto nei mercati sviluppati” aggiungono da PGIM. 


Private markets, 4 implicazioni per i portafogli 

1. Mercati pubblici e privati hanno confini più labili, considerare approcci più flessibili 

“La distinzione che separava i prestiti sindacati in larga scala e i mercati privati è diventata meno evidente, vale a dire che la linea di demarcazione, un tempo netta, che separava i prestiti sindacati dal finanziamento privato, è ora più sfumata. Di conseguenza, i confini un tempo chiari tra i team di investimento del mercato pubblico e privato presso gli investitori istituzionali si stanno facendo sempre più sfocati. Questo fenomeno aumenta la necessità di un’analisi e di una valutazione delle opportunità da parte di diversi team, nonché di mandati d’investimento potenzialmente più ampi per i gestori, che comprendono sia settori pubblici che privati” continuano dalla società. 

2. Il rischio di liquidità va approcciato in maniera più sofisticata 

“Una struttura di portafoglio esaustiva, che includa orizzonti temporali multipli, nonché modelli più granulari dei flussi di cassa e dei tempi di contribuzione delle attività del mercato privato, può essere utilizzata per effettuare stress test e costruire modelli di diversi scenari di mercato. Questi risultati possono essere confrontati anche con gli asset del mercato pubblico. In questo modo, i Chief investment officer possono acquisire una comprensione più approfondita delle caratteristiche di liquidità del loro portafoglio alternativo privato”. 

3. L’influenza dei fattori Esg sui mercati privati è recente, ma destinata ad aumentare 

“Secondo un’opinione diffusa, nei mercati privati le tematiche Esg sono meno importanti rispetto ai mercati pubblici. Tuttavia, gli investitori del mercato privato svolgono un ruolo sempre più importante nel sottolineare la necessità di una rendicontazione più dettagliata del rischio, dell’impatto, della sostenibilità e dell’equità. Poiché gli investitori di private equity (e, in alcuni casi, di debito privato) hanno una vasta influenza sulle pratiche e sulle operazioni delle aziende in portafoglio, possono ottenere un impatto potenzialmente maggiore e più diretto. Ad esempio, il 40% degli investitori in private equity ha affermato di investire in prodotti Esg-related nel 2022, in crescita dal 33% nel 2021”. 

4. Gli investitori privati possono affacciarsi ai private markets con i piani a contribuzione definita a lungo termine 

“Si è registrata una crescente attenzione alla creazione di percorsi responsabili per gli investitori retail per partecipare alle opportunità disponibili nei mercati privati, soprattutto nei piani Dc (Defined contribution) che hanno un orizzonte temporale di investimento a lungo termine, che potenzialmente è ben allineato ai periodi vincolati più lunghi degli asset privati. Tuttavia, permangono sfide significative per un’implementazione diffusa nei piani Dc” concludono gli esperti.

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