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La pandemia del futuro? È la perdita di biodiversità (ed è vicina) | WeWealth

La pandemia del futuro? È la perdita di biodiversità (ed è vicina)

Matilde Sperlinga
12.10.2022
Tempo di lettura: 3'
Il triangolo delle Bermude della sostenibilità? Si delinea tra cambiamento climatico, biodiversità e pandemie. È infatti sempre più necessario considerare tutti gli aspetti che attentano alla sicurezza del nostro pianeta, basandosi non più solo sulle emissioni

Il cambiamento climatico è al centro del dibattito che coinvolge cittadini, enti e società, ma non è l’unica crisi naturale che stiamo affrontando in questo momento. Raramente, infatti, si sente parlare di biodiversità ed eventi come la perdita di alcune specie di animali o di una famiglia di fiori, che passano spesso inosservati rispetto alle notizie allarmanti sull’incremento della temperatura della superficie terrestre e degli oceani.


Perché questo avviene? “Nonostante il cambiamento climatico abbia una struttura molto complessa, questa può però essere misurata calcolando le emissioni e l’aumento della temperatura” ha affermato Jörg Rocholl, professore e presidente della European school of management and techonology (Esmt) di Berlino, intervenuto all’NN IP Sustainable Investing Summer Course. “Al contrario, stimare l’impatto della perdita di biodiversità risulta difficilissimo”. Inoltre, l’estinzione di un animale, come lo stambecco dei Pirenei (scomparso nel 2000) o la tigre di Giava (estinto nel 1979), non ha un impatto diretto sulla vita o sul mercato economico. Sebbene il World wildlife fund (Wwf) abbia calcolato che negli ultimi dieci anni almeno 160 specie si siano estinte, il mondo sembra continuare a rimanere indifferente, percependo la perdita di biodiversità di flora e fauna come fatti distanti e poco rilevanti.


La realtà, tuttavia, è diversa: la biodiversità e il cambiamento climatico sono infatti due facce della stessa medaglia, due strade che vanno calpestate in contemporanea. Rocholl ha sottolineato come “ci sia una forte interdipendenza tra le due: controllare il climate change protegge la diversità biologica e questo è vero anche se visto dall’altro punto di vista”. Serve quindi un collegamento sempre più diretto tra le scienze naturali e l’economia, ma non solo. Per avere una visione più completa bisognerebbe anche considerare il lato mancante del triangolo: la possibilità di una esplosione epidemica. Non appena gli esseri umani iniziano a interferire con la natura, che sia causando l’aumento delle temperature o l’estinzione di una specie, aumenta infatti esponenzialmente la possibilità di dare origine a una nuova pandemia” ha continuato Rocholl. “Ci sono intere zone del pianeta ancora non esplorate dall’uomo e, una volta che anche queste verranno occupate, i virus stabili in quell’ambiente potrebbero diffondersi rapidamente e, infine, non essere più controllabili dall’uomo”.


Non si tratta di dubbi e domande di secondaria importanza: l’impatto di tutte e tre le componenti deve essere riconosciuto come fondamentale e possibilmente distruttivo per l’economia. Già riuscire a valutare il danno per il cambiamento climatico, la biodiversità e il rischio pandemico, visti come tre diversi fattori, non è semplice. In realtà, però, servirebbe sviluppare un metro di misura comune, come i Key performance indicators (Kpi, indicatori chiave di performance), ovvero un insieme di misure quantificabili e chiare a tutti gli attori coinvolti, come quelli utilizzate per valutare un’azienda. Il rating Esg (che misura l’impatto ambientale, sociale e di governance di un’impresa) ha proprio “l’obiettivo di ridurre il gap delle conoscenze tra le azioni delle aziende e gli investitori” ha spiegato Rocholl. “Tuttavia, bisogna essere molto attenti. Infatti, i rating potrebbero essere diversi a differenza dello stato dove ha sede l’azienda”. Ad esempio, in Francia l’energia nucleare è vista come una fonte sostenibile, mentre questo non è vero in Germania. “Ciò rende chiara la necessità di sviluppare un metro di valutazione più generale, che però sia in grado di tenere in considerazione anche le differenze geografiche e i settori in cui le imprese operano”.


L’obiettivo è trovare uno standard che misuri l’effetto che le aziende hanno su ambiente, biodiversità e rischio pandemico, basandosi su quello che fanno, ovvero cercando di capire se agiscono nel modo più sostenibile possibile. Senza dimenticare che alcune aziende, proprio per natura, produrranno sempre più co2 rispetto ad altre.

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