Panic selling? Il rischio è perdere i giorni migliori

Giulia Bacelle
Giulia Bacelle
28.12.2022
Tempo di lettura: 3'
Lo constatava Benjamin Graham, noto economista e imprenditore britannico naturalizzato statunitense, affermando che “il problema principale dell’investitore – e persino il suo peggior nemico – è con buona probabilità sé stesso”. Un monito da tenere a mente quando il colore rosso tinge i listini

Dilaga la volatilità, crollano i mercati, aumentano le vendite di alcuni investimenti. Di per sé, un fenomeno cui gli investitori più navigati hanno già assistito diverse volte negli ultimi decenni. Se non fosse per il meccanismo irrazionale che sotto sta alla maggior parte di questi disinvestimenti massicci: il panic selling, ovvero la tendenza a liquidare gli asset più sensibili all’andamento negativo delle borse, spinti dal timore che il perpetrarsi dei ribassi danneggi ulteriormente i propri portafogli. Una scelta che la finanza comportamentale ha ricondotto ad alcuni inconsci meccanismi della psiche umana, in quanto l’investitore, prima che un homo economicus razionale e super partes, è in realtà un homo sapiens, un essere umano ‘colpevole’ di provare emozioni e quindi passibile di sbagli. Tuttavia, arrendersi al panic selling può essere dannoso per gli investitori: essi dovrebbero quindi resistere a questa urgenza. Ecco perché.


Bear e bull market, parte del normale ciclo d’investimento

“Il panic selling è una reazione naturale a condizioni di mercato turbolente e incerte” spiegano gli esperti di Lazard Asset Management. “Eppure, con poche eccezioni, è controintuitiva: la storia dimostra che i mercati alla fine si riprendono dai ribassi, per cui gli investitori che vendono durante questi periodi probabilmente non potranno beneficiarne. Le ricadute dei mercati azionari sono una parte del normale ciclo d’investimento, così come le riprese”. Nel gergo finanziario, tale dicotomia associa i mesi (o meglio, gli anni) di rialzo al vigoroso toro e quelli di ribasso al letargico orso, la cui alternanza è pressoché una legge anche per la letteratura economica. Dal luglio 1926 al gennaio 2022, ad esempio, l’indice azionario americano Standard & Poor’s 500 ha registrato circa 14 bull market dalla durata media di 51 mesi, che hanno restituito agli investitori un rendimento medio del +162% (con picchi record del +417% nel bull market del 1990-1991, riportano gli esperti di Lazard AM. Nello stesso periodo, altrettanti sono stati i bear market, con una media di durata di circa 20 mesi e di rendimento del -41%. Nonostante in questi quasi cento anni la media dei rialzi sia tripla rispetto a quella dei ribassi, se intervistassimo alcuni investitori pochi di essi si ricorderebbero la soddisfazione dopo un bull market, mentre evocherebbero senza indugi il dramma dei ribassi, ancora scottati dall’accaduto.


L’investitore? Come l’uomo, teme le perdite e segue la massa

Sebbene siano riconosciuti come movimenti ‘normali’, i pullback (calo del 5-10%, solitamente a breve termine), le correzioni (dopo cali del 10-20%, si possono protrarre per mesi) e i bear market (declini di almeno il 20% dal precedente picco positivo, della durata di almeno due mesi e spesso accompagnati da situazioni sfavorevoli come le recessioni) alimentano infatti la paura degli investitori, scatenando comportamenti irrazionali. Tra i cardini dell’economia comportamentale, la Prospect theory (1979) del duo Kahneman & Tversky ci ha insegnato che le perdite vengono percepite con più forza rispetto a guadagni della stessa entità, un fenomeno da essi definito ‘loss aversion’, ovvero avversione alle perdite. Numerose pubblicazioni dopo questa ricerca hanno evidenziato altri comportamenti capaci di spingere il panic selling, come l’herd instinct, ovvero la tendenza di adeguarsi al comportamento degli altri per timore di rimanere indietro rispetto al consenso della massa. Una tendenza che può portare a vere e propri disastri: “il panic buying o il panic selling motivati dall’herd instinct possono associarsi allo scoppio di bolle o a collassi dei mercati: la bolla delle Dot-com alla fine degli anni Novanta e inizio Duemila ne è un esempio da manuale”.


Panic selling, il rischio è perdere i giorni migliori

Tuttavia, “predire oggettivamente la probabilità di un collasso dei mercati con pura logica e assenza di emozioni è virtualmente impossibile” continuano da Lazard AM. Così come è “difficile – e rischioso – provare a batterli sul tempo (il cosiddetto ‘market timing’, ndr)”. È quindi vitale che gli investitori resistano all’urgenza di liquidare i propri asset in perdita, soprattutto se l’orizzonte di investimento rimane focalizzato sul lungo periodo. “Una vendita prematura può infatti danneggiare un portafoglio se i giorni migliori venissero persi a causa di un’uscita preventiva spinta dalla paura. Storicamente, infatti, questi tendono a cadere nel mezzo (o nelle immediate vicinanze) di un bear market”.


Panic selling, meglio non cedere alla tentazione

“La volatilità attuale nei mercati globali è comprensibilmente spaventosa per gli investitori. Tuttavia, non crediamo che il panic selling – una mossa spinta spesso dall’emozione invece che dalla logica – sia la risposta. Pullback, correzioni e bear market sono tutti parte di un ‘normale’ ciclo di investimenti e la storia ci ha mostrato ripetutamente che non durano per sempre. Gli investitori che sono disposti ad aspettare (e a provare il temporaneo malessere di un ribasso, anche se tutti gli altri vanno nella direzione opposta) tendono a beneficiarne” concludono dalla società.


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