Emergenti: un paese trainerà la crescita, non è né Cina né India

Matilde Sperlinga
10.11.2023
Tempo di lettura: 3'
L’azionario dei paesi emergenti ha mostrato una certa debolezza nell’ultimo periodo. Meglio tenersi alla larga da questi mercati? Lazard Asset Manager ha analizzato la situazione attuale, individuando i rischi ma anche le opportunità attuali

Gli emergenti provano a ritrovare un equilibrio dopo averlo perso. Nel terzo trimestre l’indice MSCI Emerging Markets ha evidenziato un calo del 2,9% rispetto al periodo precedente, portando il rendimento di quest’anno a un risicato +1,8%. Eppure se si guarda più da vicino, diversi settori sembrano offrire opportunità interessanti di crescita: dall’energia ai beni di consumo, dal settore immobiliare ai servizi di comunicazione e informatica, passando anche per la tecnologia dell’informazione. Un dato a cui prestare attenzione è quello che riguarda le small cap, che hanno sovraperformato rispetto alle large cap dei mercati sviluppati sia nell’ultimo trimestre, con un +2,9% per l’indice MSCI EM Small Cap Index, che nell’anno, con un +13,7%. Questo slancio è da attribuirsi, in gran parte, all’aziende legate all’informativa, ai materiali presenti in India, Taiwan e Corea del Sud.


La Cina stenta a ripartire, rallenta anche gli altri emergenti?

“I mercati emergenti hanno subito una battuta d'arresto, in gran parte dovuta alla performance della Cina, che è scesa di oltre il 25% rispetto ai massimi di gennaio in seguito alla fine della sua politica di zero-COVID”, spiega Arif Joshi, Managing Director e Co-Head Emerging Markets Debt Platform di Lazard Asset Management.

Tuttavia, in seguito agli annunci di sostegno da parte del governo centrale cinese, sembra che l’interesse degli investitori si stia di nuovo spostando verso il Dragone, anche se con il dubbio che il pacchetto di stimoli sarà davvero sufficiente a ri-stabilizzare il settore immobiliare del Paese, che da solo è responsabile del 25% del Pil cinese. Ma non è solo stato il calo dei prezzi delle azioni cinesi a rallentare i mercati emergenti, anche una più debole crescita degli utili ha pesato sulla performance.




Guardando ai prossimi anni, però, secondo Joshi le prospettive di crescita nei mercati emergenti sono più ottimistiche, prevedendo uno sviluppo simile a quello che si è verificato tra il 2016 e il 2018, quando gli emergenti avevano sovraperformato del 25% i mercati sviluppati. E questo aumento consistente negli utili dei paesi in via di sviluppo sembra attribuibile soprattutto alla Corea del Sud, dove le aspettative sono vicine al 70%. Il listino sudcoreano si è distinto già questo mese, registrando in una sola seduta (del 6 novembre) un balzo del 5,7%, dopo che le autorità locali hanno imposto il divieto sulle vendite allo scoperto fino a giugno 2024 (una scadenza successiva alle elezioni generali di aprile).


Emergenti: è ora di investire?

Quindi, che fare? Potrebbe essere ancora un buon momento per investire in mercati emergenti? Lazard AM osserva che valutazioni poco costose, basti pensare che “gli sconti rispetto ai mercati sviluppati e alle azioni statunitensi si aggirano rispettivamente intorno al 30% e al 35%, entrambi più ampi della media di lungo periodo”. È lecito, inoltre, aspettarsi che nel tempo questo sconto si riduca, grazie a una crescita più sostenuta degli utili e al potenziale aumento di redditività, riducendo così il divario con il rendimento dei mercati sviluppati.

Ad oggi non è ancora possibile vedere un movimento comune nei paesi emergenti, la crescita economica per ora si sta muovendo in modo non sincrono. Ad esempio, l’India continua a crescere, beneficiando di una popolazione molto giovane (quasi l’80% della popolazione ha meno di 50 anni), la crescita dell’Indonesia è invece dovuta alla scalata della catena di valore dei metalli. Ma non solo Asia, ci sono interessanti prospettive anche per l’America Latina, dove le condizioni del Brasile e del Messico continuano a migliorare a causa della nuova tendenza verso il nearshoring e l’aumento di investimenti esteri.


Insomma, la crescita economica degli emergenti sta iniziando a salire, mentre quella dei paesi sviluppati sembra ancora faccia fatica a tenere il passo. Inoltre, lo spread dei paesi in via di sviluppo è solo all’1% e, questo, “potrebbe aprire la strada alle banche centrali dei mercati emergenti per guidare le banche centrali sviluppate nel passaggio da una politica monetaria più rigida a una più allentata”, sottolinea l’esperto.


A questo riguardo, anche l’obbligazionario degli emergenti potrebbe nascondere delle interessanti opportunità. Soprattutto i titoli investment grade, siano questi corporate o sovrani: “In entrambi i casi, il rischio di credito è limitato e quindi isolato dall'allargamento degli spread, mentre gli elevati rendimenti del Treasury americano consentono agli investitori di raccogliere livelli di carry prossimi al record”. Meglio invece guardare solo da lontano il debito in valuta locale, in quanto potrebbe essere “più esposto al potenziale rischio di coda derivante dall’aumento dei rendimenti dei Treasury statunitensi”.




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