Il nuovo museo è inclusivo e sostenibile

Sharon Hecker
Sharon Hecker, Giuseppe Calabi
20.10.2022
Tempo di lettura: 3'
Cos’è un museo? Una nuova definizione – politicamente mediata – arriva dall’International Council of Museums. Fra sostenibilità, accessibilità, inclusività, diversità, ci si chiede quale sarà la sua percezione in Italia. E quanto spazio lascerà alla sua causa primaria: l’arte

Prologo 

L’International Council of Museums (ICOM) è l’organizzazione internazionale dei musei e dei professionisti museali impegnata a preservare, ad assicurare la continuità e a comunicare il valore del patrimonio culturale e naturale mondiale. È associato all’UNESCO ed è organo consultivo permanente presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. 

Il 24 agosto l’assemblea generale straordinaria dell’ICOM con la partecipazione di rappresentanti di oltre 500 musei di tutto il mondo ha approvato una nuova definizione di museo, modificando l’art. 3 del suo statuto. 

Questa è la nuova definizione: “Un museo è una istituzione permanente senza scopo di lucro e a servizio della società che effettua ricerche, conserva, interpreta ed espone il patrimonio materiale e immateriale. Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità. Operano e comunicano eticamente e professionalmente e con la partecipazione delle comunità offrendo esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze”. 

La nuova definizione riflette l’evoluzione del ruolo dei musei negli ultimi decenni ed include concetti come “accessibilità”, “inclusività” e “sostenibilità”, precisando anche che i musei devono comunicare ed operare non solo professionalmente, ma anche “eticamente”. 

Questa definizione è stata preceduta da una lunga negoziazione ed appare il risultato di una mediazione politica. 

Alcuni voci critiche si sono levate rispetto alla nuova definizione, lamentandone l’eccessiva cautela e neutralità. Ad esempio, si è lamentata l’assenza di espressioni quali “rimpatrio”, “decolonializzazione” e “restituzione”, che stanno molto a cuore soprattutto a quei musei nei paesi in via di sviluppo assoggettati in un passato neppure troppo lontano alle razzie delle potenze coloniali. Assente anche l’espressione “de-accessioning”, difficilmente traducibile in italiano, che non significa soltanto “alienazione”, ma diritto/obbligo di un museo di poter disporre di beni presenti nella propria collezione, ad esempio restituendoli ai paesi di origine ovvero agli eredi dei soggetti che ne siano stati privati con atti di violenza, privata o istituzionale. 

La nuova definizione è di grande interesse perché riguarda sia i musei pubblici, sia i musei privati. 

Che impatto potrà avere la nuova definizione di “museo” in Italia ? 


Giuseppe Calabi

I musei italiani sono storicamente e prevalentemente pubblici, ossia appartengono allo Stato o altri enti pubblici territoriali, ad esempio i Comuni, ma negli ultimi decenni si è notevolmente ampliata anche la presenza di musei privati: si pensi ai musei di istituzioni finanziarie, un esempio tra tutti le Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, oppure quelli riconducibili a fondazioni bancarie, o anche le milanesi Fondazione Pirelli Hangar Bicocca e Fondazione Prada. 

Il nostro Codice dei Beni Culturali dedica alcune, scarne norme ai musei nel Titolo II, Capo I che tratta della “fruizione” dei beni culturali. 

L’art. 101 del Codice include i musei tra gli “istituti e luoghi della cultura”, definendo il “museo” come una “struttura permanente che raccoglie, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio”. Se i musei appartengono a soggetti pubblici “sono destinati alla pubblica fruizione ed espletano un servizio pubblico”. Se appartengono a soggetti privati e sono aperti al pubblico “espletano un servizio privato di pubblica utilità”. Le modalità di visita dei musei privati sono concordate tra il proprietario ed il soprintendente, che ne dà comunicazione al comune nel cui territorio si trovano i beni. 

Con D.M. 21 febbraio 2018, il Ministero ha adottato livelli minimi uniformi di qualità per i musei e luoghi di cultura di appartenenza pubblica e attivazione del Sistema Museale Nazionale, raccogliendo l’invito della Commissione di studio istituita ad hoc, per cui tale Sistema deve essere “aperto ed inclusivo”. Gli standard ministeriali minimi sono molto dettagliati e indicano anche obiettivi di miglioramento. Essi trattano l’organizzazione del museo, la gestione delle collezioni e la comunicazione e rapporti con il territorio, ma – con l’eccezione al principio per cui il museo deve garantire l’accesso ai disabili – il tema dell’apertura e dell’inclusione resta confinato alle dichiarazioni di principio. 

I musei sono anche regolamentati dalla legislazione regionale: l’art. 117 della Costituzione italiana attribuisce infatti alle regioni un potere legislativo concorrente a quello statale in materia di “valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali”. 

In Lombardia, il decreto della giunta regionale del 17 dicembre 2018 (XI/2018) stabilisce criteri e modalità di riconoscimento regionale dei musei e raccolte museali in Lombardia e di adesione dei musei lombardi al sistema museale nazionale

Si tratta di una normativa anch’essa molto articolata in base alla quale il “riconoscimento” presuppone una forma giuridica che garantisca al museo carattere “permanente e stabile”, l’inalienabilità delle collezioni, la disponibilità di risorse finanziarie adeguate e di spazi idonei, sicurezza per i visitatori e rispetto delle normative anti-incendio e di igiene, garanzia di accesso delle persone con disabilità, cura delle collezioni ecc. 

Salta all’occhio la distanza tra la definizione ICOM e quelle appena citata: in Italia i temi della “inclusività”, “diversità”, “accessibilità” e “sostenibilità” sono totalmente assenti nel Codice e nella normativa secondaria e regionale sono trattati in modo incidentale ed astratto. L’assenza di questi concetti si nota anche nella gestione dei musei: quando se ne parla, lo si fa in modo troppo spesso banale e superficiale, o addirittura inappropriato. Si pensi, da un lato alla retorica con cui si parla del nostro Paese come “museo diffuso”, dall’altro alle polemiche suscitate in occasione della nomina di direttori stranieri dei musei italiani, in cui criteri legati alla nazionalità sono spesso stati sovrapposti a criteri basati sulla professionalità ed esperienza. Si pensi anche alla frequente organizzazione di mostre caratterizzate da proposte di contenuti modeste e prive di un rigoroso approfondimento storico-artistico e da ingenti costi organizzativi non giustificati dal punto di vista della sostenibilità (anche ecologica).

Inoltre, sul tema delle “restituzioni” di opere di proprietà di musei italiani, la legge italiana impedirebbe ad un museo pubblico di restituire agli eredi delle vittime spogliate durante la guerra opere successivamente entrate nella collezione museale, in quanto ormai attratte al demanio culturale e, quindi inalienabili (art. 53 del Codice dei beni culturali e 823 del c.c.).

Alla luce della nuova definizione ICOM, sarebbe giunto il momento di ripensare alla definizione di “museo” anche in Italia, non solo da un punto di vista normativo, ma anche organizzativo. Anche perché numerosi musei pubblici italiani sono soci di ICOM! 


Sharon Hecker

In qualità di membro dell’ICOM e curatrice che lavora nei musei, seguo con grande interesse la nuova definizione di museo dell’organizzazione e il cambiamento che potenzialmente può apportare. Se torniamo al significato originale della parola “museo”, possiamo vedere quanto si sia evoluto questo concetto. “Museo” deriva dal greco mouseion - “sede delle Muse”. Potremmo aver dimenticato che il museo era associato alle nove muse originarie della mitologia classica, le figlie di Zeus e Mnemosine, che erano le protettrici delle arti, ognuna con una propria specialità: Calliope (poesia epica), Clio (storia), Erato (poesia d’amore, arte lirica), Euterpe (musica, soprattutto flauto), Melpomene (tragedia), Polimnia (inni), Terpsichore (danza), Thalia (commedia), Urania (astronomia). Nel corso degli anni, la parola iniziò a connotare una collezione e poi, più avanti, iniziò ad essere associata a una collezione pubblica. È strano quindi, come hanno fatto notare alcuni direttori di musei, che una parola chiave sia vistosamente assente dalla nuova definizione dell’ICOM, ovvero la parola “arte”, che rimanda al significato originario della parola “museo”

Allo stesso tempo, molti musei hanno rilevato la necessità di una nuova definizione più pragmatica. Questo era il segno di una crisi di identità per i musei che l’ICOM doveva affrontare. Se il concetto iniziale di museo era quello di un luogo per le muse, tra cui l’arte, oggi la definizione di museo si sposta da un santuario del privilegio e dell’autorità a un luogo molto più accessibile e sostenibile. 

Tuttavia, l’arte è ancora rilevante per la definizione di museo, soprattutto nel senso originale della radice della parola, “AR”, che significa produrre qualcosa che viene “adattato”, oltre a “andare verso” o “mettere in moto”. In che modo i musei globali di oggi si adatteranno alla dichiarazione dell’ICOM e in che modo sarà messa in moto la sua definizione, in particolare in Italia? 

Consideriamo ad esempio l’invito dell’ICOM alla sostenibilità. La sostenibilità richiederà ai curatori di riflettere attentamente sulle loro mostre e di ridurne le dimensioni. In effetti, il ruolo e la responsabilità del curatore potrebbero dover essere ridefiniti in base alla nuova definizione dell’ICOM di musei come luoghi sostenibili. I musei inizieranno a ridurre seriamente la loro impronta di carbonio eliminando le costose mostre blockbuster con prestiti sontuosi e costosi portati in aereo da tutto il mondo? Cercheranno di utilizzare le navi piuttosto che gli aerei e di raggruppare le opere d’arte in un numero minore di spedizioni? Inizieranno a concentrarsi maggiormente sull’esposizione di opere d’arte locali e di opere che appartengono alle loro collezioni permanenti piuttosto che prendere in prestito opere d’arte provenienti da lontano? Prolungheranno la durata delle loro mostre invece di creare mostre a ciclo breve che aumentano i costi e anche gli sprechi? Ridurranno le spese e l’impatto ambientale utilizzando corrieri virtuali anziché corrieri vivi per accompagnare ogni opera d’arte? I musei inizieranno ad adattare e riciclare vecchi materiali espositivi, come piedistalli e pareti temporanee? In caso affermativo, come potranno sostenere i costi di magazzinaggio di questi materiali per il loro riutilizzo? Un gruppo ha recentemente proposto di unire le risorse creando un programma di condivisione tra i musei per i materiali riutilizzabili, in modo da ridurre i rifiuti. Queste e altre idee devono essere messe in pratica affinché la definizione di ICOM venga applicata seriamente, anziché rimanere una dichiarazione ideologicamente rassicurante ma alla fine irrealizzato. I nostri organi direttivi, i dipendenti dei musei e i nostri programmi Master’s di gestione delle arti in Italia devono tutti essere coinvolti in questo processo e sensibilizzati sull’importanza della sostenibilità piuttosto che della sola crescita economica. 

Una seconda questione da affrontare è la conformità. Come farà il governo italiano a controllare che gli standard dell’ICOM vengano rispettati? Verrà istituita un’agenzia per supervisionare e sostenere questi cambiamenti? Quali saranno le conseguenze reali in caso di mancata conformità? I fondi saranno trattenuti se un museo non si rivela accessibile a un visitatore disabile, se non saranno disponibili audioguide speciali e versioni tattili delle opere d’arte per i non vedenti o speciali indicazioni visive per i non udenti, un ascensore o una rampa per un visitatore in sedia a rotelle? Cosa succede se un museo privato rimane inaccessibile al pubblico? Tutte queste domande sono importanti da considerare se vogliamo che la nuova definizione di ICOM diventi realtà. 

Questa definizione dei musei di oggi dovrebbe, in ultima analisi, avere lo scopo di ispirare, un compito che rimane, ancora oggi, saldamente nel dominio delle muse.

Sharon Hecker
Sharon Hecker, Giuseppe Calabi
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Storica dell’arte e curatrice americana (laurea alla Yale University, dottorato alla UC Berkeley), esperta di arte italiana moderna e contemporanea. Ha collaborato con musei come la Peggy Guggenheim Collection. Ideatrice di The Hecker Standard fornisce consulenze su due diligence a collezionisti, studi legali, wealth manager e family office. Membro dell’Advisory Board, International Catalogue Raisonné Association (ICRA), Vetting Committee TEFAF NY (Committee Chair) e Maastricht, e coordina l’Expert Witness Pool della Court of Arbitration for Art (CAfA).

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