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Titoli petroliferi protagonisti: ecco 5 tendenze da considerare | WeWealth

Titoli petroliferi protagonisti: ecco 5 tendenze da considerare

Matilde Sperlinga
28.2.2023
Tempo di lettura: 3'
Il settore energetico è stato il protagonista del 2022 e, visto come stanno andando le cose, la farà da padrone anche nel 2023. Capital Group ha decido di analizzare 5 trend a supporto di questa tesi, vediamoli insieme

Il settore energetico è stato, senza dubbio, uno dei protagonisti del 2022, con la salita delle quotazioni del petrolio che ha offerto un’importante sponda. Storicamente, l’andamento del greggio è un buon indicatore delle prospettive del settore in quanto impatta direttamente sugli utili delle società petrolifere. In questo primo scorcio di 2023 si sta vedendo però una deviazione da questa correlazione con il petrolio indietreggiato ai livelli di inizio 2022 e i titoli energetici che invece continuato a mantenere performance positive.

Ma c’è una domanda che tutti gli investitori continuano a porsi, i titoli petroliferi hanno ancora abbastanza carburante nel serbatoio? Capital Group, provando a rispondere a questo quesito, ha trovato i cinque fattori in grado di trainare il mercato energetico nel lungo periodo.


1.Titoli azionari sul petrolio: la corsa al rialzo continuerà?

Sicuramente il 2023 è partito in corsa per quanto riguarda il settore energetico e, ancora di più, per il sottosettore legato al petrolio. Tuttavia non significa che il percorso sarà semplice e rettilineo nei prossimi anni: nonostante il macro-trend sarà positivo e per questo, secondo gli esperti di Capital Group, le opportunità di investimento in questo ambito saranno molto interessanti almeno per i prossimi tre anni, questo non significa che dei fattori a breve termine non potrebbero impattare in questo settore. Se, da un lato, la riapertura della Cina darà un’ulteriore spinta alla domanda di petrolio, con l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) che prevede un aumento di quasi 2 milioni di barili al giorno, dall’altro i ritmi di produzione non sono abbastanza rapidi da soddisfare la domanda. “Saranno necessari molti anni prima che le aziende petrolifere saranno in grado di soddisfare la domanda”, soprattutto a causa dei pochi investimenti in questo settore negli ultimi anni, spiegano Craig Beacock e Darren Peers, equity investment analyst di Capital Group. Stati come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, tra i principali produttori di petrolio, potrebbero aumentare la produzione fino a un milione di barili al giorno, ma sono necessari anni per raggiungere questo cambiamento.


2. Quali priorità di spesa per le compagnie petrolifere?

Gli ultimi 12 mesi hanno rappresentato un periodo d’oro per le aziende petrolifere che si sono viste travolgere da un’ondata di liquidità: il 40% dei dirigenti delle migliori 100 imprese di petrolio e gas negli Stati Uniti hanno indicato una forte riduzione del debito, spiega uno studio di Deloitte. Questo ha reso gli investitori sempre più interessati, tanto da chiedere dividendi e piani di buyback. Le imprese dal canto loro nei prossimi 12-18 mesi cercheranno probabilmente di spingere maggiormente sugli investimenti, mantenendo però molta disciplina nella gestione del capitale.

Dal punto di vista degli investitori il settore offre interessanti opportunità. "Prendendo in considerazione le dinamiche della domanda e dell'offerta, a nostro avviso, $ 70 al barile di prezzo del petrolio è un minimo che dovrebbe reggere nella maggior parte degli scenari e la nostra analisi mostra che ciò consentirebbe alle principali compagnie petrolifere di mantenere la redditività, anche tenendo conto dell'inflazione e dei costi più elevati di produzione”, sottolineano gli esperti di Capital Group.


3. Piano USA sulle rinnovabili, quale impatto?

Lo scorso anno gli Stati Uniti e l’Europa hanno deciso di scendere in campo e supportare le aziende del settore energetico, spingendole verso una transizione sostenibile. Il governo Biden ha presentato l’Inflation Reduction Act (IRA) che prevede 369 miliardi di dollari di fondi federali sotto forma di incentivi, prestiti e sussidi legati prevalentemente alle energie pulite. Un piano che vede le compagnie petrolifere e del gas, come alcuni dei potenziali beneficiari. Ad oggi solo alcune supermajor statunitensi hanno in corso progetti per abbassare le emissioni di carbonio, ma i sussidi offerti dall’IRA probabilmente convinceranno anche altri gruppi a muoversi nella stessa direzione.

È giusto anche essere pronti a possibili cambi di rotta e questo vale soprattutto per gli Stati Uniti: nonostante l’amministrazione Biden abbia dato priorità agli investimenti in rinnovabili, non è detto che la prossima nuova amministrazione la vedrà allo stesso modo, sottolineano Beacock e Peers.


4. Verso la decarbonizzazione? Sì, ma con metodi diversi

L’obiettivo di raggiungere il net zero entro il 2050 è condiviso da molte nazioni, ma questo non significa che tutti si muovano nello stesso modo per raggiungerlo. Paragonando Stati Uniti ed Europa, ad esempio, si può vedere una radicale differenza: se i primi cercano di rimuovere le emissioni dai business esistenti, le aziende petrolifere e di gas europee cercano delle soluzioni alternative all’uso del combustibile fossile. In entrambi i casi non si tratta di un cambiamento dall’oggi al domani, ma vista l’intenzione reale di trasformare i metodi di produzione, decidere di non investire ora in questo cambiamento, potrebbe essere un errore per tutte quelle aziende che decidono di tenersene fuori.


5. Nuove opportunità in nuove zone?

Il costo di produzione delle sabbie bituminose in Canada, più nello specifico nella regione di Alberta, è ancora molto alto, ma questo non significa non sia un’opzione da considerare, anzi. Il costo della produzione del petrolio si è molto abbassato negli ultimi anni e dal momento che gli esperti di Capital Group “non si aspettano a breve un declino della richiesta, questo porterà alla generazione di una forte liquidità”. Certo è che, al momento, i veri giganti in questo settore si trovano ancora negli Stati Uniti e in Europa, anche perché queste regioni offrono da decenni una forte disciplina del capitale e i dividendi offrono un cuscinetto per gli investitori in caso di caduta dei prezzi del petrolio.


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